Groenlandia, Ucraina, dazi e basi missilistiche: mentre Trump riscrive le regole a colpi di ricatti, Bruxelles affoga nel suo pantano di ipocrisia e odio antirusso
Mentre l’Occidente vive nel caos completo e la NATO sembra prossima a sfaldarsi, scomposta dalle prepotenti e spregiudicate azioni di forza di Donald Trump, da Oriente si guarda con commiserazione l’ipocrisia che governa ancora la leadership di Bruxelles.
Nella conferenza stampa di oggi, dedicata al bilancio della politica estera russa dell’anno precedente, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha offerto un esercizio di lettura strategica delle fratture interne al campo euro‑atlantico, in cui l’Ucraina, la crisi sulla Groenlandia diventano tasselli emblematici che parlano del progressivo logoramento dell’“ordine occidentale” e l’ingresso in una fase di competizione aperta tra potenze.
Secondo Lavrov, la Russia si presenta come potenza disponibile al compromesso, ma ritiene che l’Occidente sia intrappolato in un “pantano di odio” antirusso e in una crisi di legittimità istituzionale, evidente sia sul fronte militare (Ucraina, NATO), sia su quello economico‑commerciale (tariffe USA‑UE, Groenlandia), sia su quello politico‑valoriale (diritto internazionale, eredità coloniale, sovranità).
La Groenlandia come eredità coloniale e laboratorio del post‑Occidente
Sul fronte del contenzioso acceso che si sta consumando tra i ghiacci artici, il ministro degli Esteri russo ha ridisegnato l’intera questione come un sintomo dell’“eredità del colonialismo”.
“La Groenlandia non è una parte naturale della Danimarca, vero?”, osserva Lavrov. “Non era una parte naturale della Norvegia, né era una parte naturale della Danimarca. È stata una conquista coloniale. Se i residenti ora vi si siano abituati e vi si trovino a loro agio è un’altra questione”, ha aggiunto, evidenziando da un lato l’origine coloniale degli assetti territoriali; dall’altro il fatto che, nel tempo, le popolazioni locali possano aver sviluppato una forma di accettazione o adattamento.
"Mettete il popolo della Crimea al posto del popolo groenlandese e probabilmente molte cose vi diventeranno più chiare. Inoltre, in Crimea, il popolo si è recato al referendum dopo un colpo di stato incostituzionale, quando i golpisti saliti al potere hanno dichiarato guerra alla lingua russa e hanno inviato militanti a prendere d'assalto il Consiglio Supremo della Crimea. In Groenlandia, nessuno ha organizzato alcun colpo di stato", ha affermato Lavrov, evocando il golpe Usa culminato nelle violenze di Piazza Maidan nel febbraio 2014, quando l’offensiva antirussa nel Paese aveva raggiunto il suo culmine con l’insediamento di un governo con elementi appartenenti alle frange neonaziste. Ricordiamo che dopo il cambio di governo a Kiev, il partito nazionalista Svoboda ottenne la vicepresidenza del Consiglio, affidata a Oleksandr Sych, e quattro dicasteri: Difesa (Igor Tenjukh), Ambiente (Andriy Mokhnik), Agricoltura (Igor Shvajka) e Istruzione pubblica (Serhiy Kvit). Un altro dirigente del partito, Andriy Parubiy, assunse il ruolo di segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e la difesa — organo che sovrintendeva alle forze di polizia e alle forze armate — con Dmitriy Yarosh, leader di Praviy Sektor, nominato suo vice.
Sul piano operativo, Lavrov si affretta a precisare che né la Russia né la Cina hanno piani per la Groenlandia. Mosca “sta monitorando attentamente la situazione”, ma, a suo dire, non è parte del contenzioso. È una posizione di conveniente ambiguità: da un lato, toglie agli Stati Uniti l’argomento della “minaccia russa” per giustificare l’annessione; dall’altro, consente al Cremlino di presentarsi come osservatore critico di un’Europa e di un’America alle prese con la loro storia coloniale e con il proprio doppio standard.
Angela Merkel e François Hollande
Europa: una storia di sabotaggi della pace
Nella lettura di Lavrov, il dossier ucraino è il vero banco di prova dello stato dell’Occidente. Il ministro ribadisce che “non è mai mancata la buona volontà di Mosca” nel cercare soluzioni diplomatiche, né nel 2014 né nel 2022, ma che “ogni volta l’Occidente ha tentato di minare gli accordi”.
Ricordiamo a questo proposito il sabotaggio degli accordi di Minsk da parte della coalizione europea. Una realtà per altro ammessa dai suoi stessi firmatari le “rivelazioni” dell’ex presidente francese François Hollande e dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, che agirono come garanti di Minsk 2, ma riconobbero che si è trattato di un espediente per mantenere il conflitto congelato. “Questo ha solo dato tempo prezioso all'Ucraina per rinforzarsi e modernizzarsi", ha ricordato la Merkel.
Senza contare che durante i periodi della cosiddetta “tregua”, le autodeterminate regioni di Donetsk e Lugansk, secondo i rapporti Osce, subivano i raid delle forze armate ucraine sopportando il 70% delle vittime civili di quel conflitto.
Nel 2022, pochi mesi dopo l’inizio del conflitto, mentre erano in corso i colloqui di Istanbul un altro sabotaggio. "È stato l’accordo più redditizio che avremmo potuto fare”, ammise l'ex consigliere dell'ufficio presidenziale di Zelensky, Oleksiy Arestovych. Ma ogni speranza di pace deragliò quando, appunto, “Boris Johnson è venuto a Kiev e ha detto che non avremmo firmato nulla con loro”, ammise il capo del partito di Zelensky, Servitore del Popolo, Davyd Arakhamiia.
E ancora, negli ultimi giorni, Londra ha continuato ad assumere il ruolo di bloccare l’ipotesi di nuovi colloqui con Vladimir Putin, creando una frattura con Francia e Italia su come gestire la guerra in Ucraina. La ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha affermato il 15 gennaio che mancano prove delle reali intenzioni di pace di Mosca, chiedendo di aumentare pressione economica e sostegno militare a Kiev.
Usa: unico interlocutore serio per l’Ucraina
La novità è che Lavrov ha individuato in particolare nell’amministrazione Trump l’unico attore occidentale con cui valga ancora la pena negoziare. “L’unico paese occidentale che ha riconosciuto la necessità di affrontare le cause profonde del conflitto sono gli Stati Uniti”, afferma, implicitamente svalutando il ruolo dell’Unione Europea. Sul leader ucraino e i governi europei è durissimo: “Zelensky e l’Europa stanno cercando istericamente di imporre agli Stati Uniti l’idea di un cessate il fuoco in Ucraina”.
Il diplomatico ha sottolineato che Mosca “non permetterà alle Forze Armate ucraine di riarmarsi, riprendere fiato e attaccare la Russia”, definendo “assolutamente inaccettabili” le proposte volte a preservare il “regime” di Zelensky. La critica all’Europa si concentra sul silenzio riguardo al futuro dei territori che resteranno sotto controllo ucraino: “Non una parola sui diritti dei russofoni, sulla revoca dei divieti sulla lingua russa o sulle attività della Chiesa ortodossa ucraina canonica.” Secondo il Cremlino, l’UE pensa solo a “garanzie di sicurezza per il regime nazista di Kiev”, ignorando questioni di diritti e pluralismo interno.
Nella bozza da 20 punti del piano di pace promosso da Kiev e da Bruxelles, a seguito della tregua, Francia e Regno Unito schiererebbero truppe come forza di stabilizzazione e deterrenza, senza alcun riconoscimento giuridico dei territori occupati. Sono previste basi/hub militari in Ucraina per addestramento, protezione infrastrutture e rigenerazione dell’esercito di Kiev. Condizioni chiaramente inaccettabili per Mosca.
Donald Trump
Trump, il diritto internazionale e la crisi della “rule‑based order”
Il ministro ha poi riportato le parole del presidente USA secondo cui non avrebbe alcun interesse per il diritto internazionale e che le norme sul comportamento nello scenario globale sarebbero dettate dalla “sua moralità”. “Questa è un’affermazione interessante”, ha osservato Lavrov con sarcasmo, evidenziando la caduta di un velo di ipocrisia.
Da anni la Russia contesta il concetto occidentale di “ordine mondiale basato su regole”, ritenendolo una copertura ideologica per la supremazia statunitense. In questa cornice, l’uscita di Trump non fa che rendere esplicito ciò che, secondo Mosca, era sempre stato implicito. “Le regole non sono scritte dall’Occidente nel suo complesso, bensì da uno dei suoi rappresentanti. E per l’Europa, ovviamente, questo è uno shock profondo”, ha sottolineato Lavrov. L’idea di una comunità occidentale coesa, unita da principi condivisi, viene sostituita dalla visione di un’Europa subordinata, che scopre improvvisamente che l’“ordine a regole” è in realtà l’ordine a misura di Washington.
Se le regole cambiano a seconda della volontà di un singolo presidente americano, allora la legittimità dell’intero impianto giuridico‑politico euro‑atlantico entra in crisi. E in questa crisi, la Russia cerca spazio per proporre un “mondo multipolare”, in cui le norme siano frutto di negoziati tra centri di potere, non di imposizione unilaterale.
Il pantano occidentale dell’odio e l’impotenza europea
Il ministro ha proseguito, sostenendo che il “concetto euro‑atlantico di sicurezza e cooperazione si sia screditato”, interpretando i progetti occidentali di nuove strutture che coinvolgano l’Ucraina – ma senza gli Stati Uniti – come un ulteriore “costrutto contro la Federazione Russa”. L’idea è che l’Europa, privata dell’ombrello americano o in tensione con Washington, non cerchi una vera autonomia strategica, ma solo nuovi modi di contenere Mosca.
A dare conferma a questa visione, sono alcune indiscrezioni di Politico, secondo cui alcuni funzionari dell'UE stanno considerando la creazione di una nuova alleanza militare con la partecipazione di Zelensky, ma senza gli Stati Uniti, a causa delle minacce di Trump di catturare la Groenlandia.
"Se si tiene conto della potenza militare dell'Ucraina, nonché della potenza di Francia, Germania, Polonia e Gran Bretagna, la potenziale forza armata della coalizione dei desiderosi sarà enorme e includerà sia stati nucleari che non nucleari", afferma la pubblicazione.
Lavrov ha poi accusato molti politici occidentali di essersi resi conto troppo tardi dell’errore di non aver preso sul serio il discorso di Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco del 2007, quando il presidente russo anticipò il rifiuto di un ordine internazionale dominato dalla NATO. Secondo il ministro, le parole di Putin furono liquidate come “retorica dura”, e l’Occidente non ascoltò. Ora, afferma, l’Europa paga il prezzo di quella sottovalutazione.
L’atteggiamento verso l’attuale leadership europea è spietato. Lavrov cita ironicamente il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha affermato che la Russia è un paese europeo con cui si dovrebbe negoziare: “Mi è venuto in mente”, commenta, per poi suggerire che chi vuole dialogare “non dovrebbe fare discorsi, ma semplicemente telefonare”.
“È irrealistico raggiungere un accordo su qualsiasi cosa con gli attuali leader europei: sono troppo sprofondati nel loro odio per la Russia.” In questa visione, il margine di concessione e compromesso politico si riduce al minimo; qualsiasi dinamica di discontinuità in Europa (nuovi governi, nuove classi dirigenti) diventa, agli occhi del Cremlino, più importante delle istituzioni stesse.

Emmanuel Macron
Macron, “i bulli” e la risposta europea su Groenlandia
Sul fronte occidentale, la replica più visibile all’approccio trumpiano è arrivata da Emmanuel Macron, che al World Economic Forum di Davos ha scelto un tono insolitamente duro nei confronti del vecchio alleato d’oltreoceano. Di fronte alla minaccia di Donald di imporre dazi punitivi se l’Europa non accetterà le condizioni statunitensi sulla Groenlandia, il presidente francese ha dichiarato che la Francia e l’Europa non accetteranno “passivamente la legge del più forte”. “Preferiamo il rispetto ai bulli”, ha affermato. “E preferiamo lo stato di diritto alla brutalità.”
Il contesto è quello di una potenziale guerra commerciale. Il tycoon ha annunciato dazi crescenti – 10% dal 1° febbraio e 25% dal 1° giugno – contro otto principali economie europee (Regno Unito, Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia, Finlandia, Francia e Svezia) che hanno manifestato l’intenzione di inviare truppe in Groenlandia per sostenere Copenaghen, a fronte delle rivendicazioni territoriali statunitensi sull’isola. L’UE valuta contromisure, inclusa la riattivazione di dazi su 93 miliardi di euro di beni USA e, per la prima volta, l’uso del proprio Strumento Anti‑Coercizione, soprannominato “bazooka commerciale”, che potrebbe limitare l’accesso delle imprese statunitensi agli appalti pubblici europei o colpire settori sensibili come i servizi digitali.
Macron ha definito “folle” essere arrivati a questo punto e ha denunciato “l’accumulo infinito” di nuove tariffe come “fondamentalmente inaccettabile, ancor di più quando vengono utilizzate come leva contro la sovranità territoriale”. I leader UE si preparano a un vertice straordinario a Bruxelles sulla Groenlandia, consapevoli che la gestione di questa crisi avrà implicazioni strutturali: una risposta troppo debole rischia di legittimare il ricatto tariffario; una risposta troppo dura può spingere verso una rottura strategica con Washington.
Il valore strategico della Groenlandia: missili, radar e guerra nucleare
Ma a rendere la Groenlandia un’isola troppo ambita da Washington non sono solo questioni legate alle terre rare.
Come sottolineato dalle analisi dell’investitore statunitense reso celebre per aver previsto il crollo dei mutui subprime nel 2008, Michael Burry, il valore dell’isola per gli Stati Uniti si riassume in due punti: è il miglior luogo per dispiegare difese antimissile in grado di intercettare missili balistici intercontinentali in arrivo da Russia o Cina, e un ottimo punto per posizionare sistemi offensivi che possano minacciare quei due paesi.
Le traiettorie degli ICBM lanciati da basi russe verso gli Stati Uniti passano sopra o in prossimità della Groenlandia, in corrispondenza dell’apogeo della parabola, il punto in cui il missile si muove alla velocità più bassa e risulta più vulnerabile all’intercettazione. È la stessa logica fisica per cui una palla lanciata in aria si muove più lentamente al culmine della sua traiettoria. Per missili guidati e dotati di capacità di manovra, avere intercettori il più vicino possibile alla proiezione della traiettoria consente tempi di reazione minimi e angoli di ingaggio ottimali.
Gli Stati Uniti dispongono già di basi militari in Groenlandia, a partire dalla storica base di Thule, oggi Pituffik Space Base, grazie agli accordi di difesa con la Danimarca.
La crisi sulla Groenlandia è per il Cremlino un’occasione per mettere in luce l’eredità coloniale europea. Ma mentre Bruxelles fa la voce grossa su questo sopruso su cui, di fatto, non può imporre alcuna resistenza economica/militare, difficilmente si svincolerà dal ruolo ancora più umiliante di continente relegato ad una tetra trincea, destinata ad investire il 5% del Pil nella NATO per far fronte alla presunta minaccia russa. Si stima che le sanzioni contro Mosca siano costate all’Ue 1,5–1,6 trilioni di euro tra il 2022 e il 2025, mentre una pacificazione ed una ripresa delle relazioni economiche garantirebbe la creazione della più potente Alleanza sulla faccia della terra.
Ma quest’ultima eventualità non sarà mai permessa da Washington, o meglio dai padroni dei grandi fondi d’investimento. È meglio che Bruxelles continui ad acquistare armi americane e che gli affari con Putin siano lasciati solo al megalomane pagliaccio Trump.
Foto © Imagoeconomica
ARTICOLI CORRELATI
La NATO si sfalda tra i ghiacci della Groenlandia, mentre l’Ue non può nulla contro gli Usa
Rasmussen: Trump agisce come un gangster in Groenlandia. L’Ue costretta alla ritirata
Le mani della grande finanza sulla Groenlandia, con le buone o con le cattive
Londra rimette in riga i guerrafondai europei che aspirano al dialogo con Mosca
