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Oro, terre rare e basi militari: la corsa americana che mette in ginocchio l’alleanza atlantica 

Arriva il momento in cui l’aggressiva iniziativa di un impero in decadenza si scaglia prima o poi anche contro i sudditi più fedeli e privilegiati.
"Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il premio Nobel per la pace per aver fermato 8 guerre IN PIÙ, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace, anche se sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e appropriato per gli Stati Uniti d'America", ha detto sfacciatamente Donald Trump al primo ministro norvegese Jonas Gahr Stoere.
 
Il tycoon ha intensificato i suoi sforzi per strappare la sovranità sulla Groenlandia alla Danimarca, senza badare al rischio di sfaldare l’unità della NATO in modo irreversibile.
Sul tavolo c’è la prospettiva di assicurarsi il Paese con il maggior potenziale mondiale per le terre rare, con riserve stimate tra 1,5 milioni di tonnellate accertate e oltre 36 milioni complessive.
​Le valutazioni diffuse dalla stampa specializzata stimano che le risorse minerarie solide dell’isola, comprendendo terre rare e metalli come zinco, ferro, oro e niobio, possano valere circa 2.700 miliardi di dollari. A questo si aggiungerebbe una piattaforma fondamentale per lo sviluppo del sofisticato sistema difensivo antimissile Golden Dome. 
In risposta all'esercitazione "Arctic Fortitude", dove trenta soldati europei hanno mostrato la loro "determinazione" nel difendere l'isola artica, l'amministrazione statunitense ha annunciato dazi del 10% dal 1° febbraio 2026 sulle importazioni provenienti da otto paesi europei (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia), destinati a salire al 25% dal 1° giugno, esattamente. 
“Ho parlato con Rutte, Macron, Stoltenberg, Merkel e Meloni. Insieme, siamo fermamente impegnati a preservare la sovranità della Groenlandia e del Regno di Danimarca. Difenderemo sempre i nostri interessi strategici economici e di difesa”, ha dichiarato una risoluta Presidente della commissione europea Ursula von der Leyen che ha dato l’endorsment a una possibile contromisura europea che vede mobilitate 93 miliardi di euro di contromisure tariffarie come potenziale arma di ritorsione. Il Parlamento europeo voterà il 21 gennaio sullo stato delle relazioni UE-USA, ribadendo la necessità di autonomia strategica. Bruxelles ha promesso risposte "in modo unito e coordinato". Eppure, dietro queste dichiarazioni echeggiano le parole di Mikkel Runge Olesen del Danish Institute of International Studies: “le possibilità di contrastare un'acquisizione americana della Groenlandia sono ‘praticamente inesistenti’”.
Se l'Europa imponesse sanzioni economiche di 93 miliardi di euro sugli Stati Uniti, il contraccolpo sulle proprie economie fragili sarebbe devastante. La simbiosi commerciale è tale che colpi al dollaro o alle aziende americane colpirebbero per primi i mercati europei. Alternativamente, una difesa militare armata della Groenlandia significherebbe non solo autodistruzione militare, ma l'applicazione dell'articolo 5 della NATO contro il principale attore dell'Alleanza—un paradosso logico e istituzionale che revoca la protezione stessa che si vorrebbe esercitare.


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Forse ancora più significativo del dibattito sull'autonomia strategica è il drammatico cambio di rotta nelle relazioni con la Russia, guidato da una logica di avidità e paura economica. Macron, che solo pochi mesi prima aveva minacciato di inviare truppe francesi in Ucraina, ha dichiarato di doversi confrontare con Putin "il prima possibile".  Giorgia Meloni ha annunciato che "è giunto il momento per l'Europa di parlare con la Russia". Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha stupito il mondo con l'affermazione che "la Russia è un paese europeo" e che "bisogna trovare un compromesso con essa". Jens Stoltenberg, ex Segretario della NATO che aveva definito Putin un "crudele dittatore" e predetto un attacco russo all'Europa entro il 2029, ora invita i paesi occidentali a "parlare con la Russia come un vicino" e a "tornare al dialogo".La Commissione europea ha reclutato urgentemente un rappresentante speciale "per i negoziati con la Russia".
Londra, il “cane da guardia di Washington sul continente” è subito intervenuto a redarguire gli animi degli europei contro un possibile sodalizio euroasiatico con Mosca, uno dei pericoli più grandi per gli Stati Uniti. Il 15 gennaio la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper, in un’intervista a Politico, ha respinto le proposte di riprendere colloqui diretti con Vladimir Putin, dichiarando di essere scettica sulla sincerità russa, affermando: “Penso che ciò di cui abbiamo bisogno siano prove che Putin voglia davvero la pace e al momento non riesco ancora a vederle”, e ha insistito che il fulcro degli sforzi diplomatici debba restare “in Ucraina e nei suoi alleati più stretti”, valorizzando “l’enorme impegno nel lavoro svolto da Kiev, con gli Stati Uniti e con il sostegno dell’Europa” per piani di pace con “garanzie di sicurezza”. In assenza di segnali concreti da Mosca di voler negoziare, la ministra ha indicato come priorità l’aumento della pressione su Mosca attraverso sanzioni economiche e aiuti militari a Kiev, spiegando: “Penso che dobbiamo essere pronti, accanto a questo lavoro davvero importante, ad aumentare la pressione, la pressione economica, e anche attraverso il sostegno militare all’Ucraina, quella pressione militare sulla Russia”. 

L’arma finanziaria “fine del mondo” che nessuno vuole attivare

​Esisterebbe anche l’arma delle vendita di buoni del tesoro Usa e come evidenzia Politico, l'enorme debito pubblico americano è uno dei suoi talloni d'Achille. Gli Stati Uniti amano spendere e gli europei, a loro volta, si accaparrano quel debito. George Saravelos, responsabile della ricerca sui cambi di Deutsche Bank, ha affermato che le entità pubbliche e private europee detengono un totale di 8.000 miliardi di dollari in azioni e debito statunitensi, "il doppio del resto del mondo messo insieme".
"In un contesto in cui la stabilità geoeconomica dell'alleanza occidentale è messa a dura prova, non è chiaro perché gli europei sarebbero così disposti a svolgere questo ruolo", ha scritto l'analista in una nota ai clienti. 


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Se i governi europei ordinassero alle loro banche e ai loro fondi pensione di svendere i propri investimenti, ciò innescherebbe quasi certamente una crisi finanziaria, facendo schizzare alle stelle i costi di indebitamento degli Stati Uniti. L'Armageddon finanziario che ne deriverebbe, però, travolgerebbe anche l'Europa. La svendita di asset finanziari farebbe crollare i prezzi e gli istituti di credito europei registrerebbero perdite enormi, l'equivalente finanziario di una distruzione nucleare reciprocamente assicurata. 

Il cappio energetico: la dipendenza dal gas liquefatto americano

Ma esiste un vincolo ancora più insidioso che riduce a teatrino le minacce di contromisure europee: la dipendenza energetica dal gas naturale liquefatto (GNL) statunitense. Nel tentativo di affrancarsi dal gas russo dopo il 2022, l'Europa ha sostituito una dipendenza con un'altra, probabilmente più costosa e certamente più strategicamente vulnerabile proprio nel momento di massima tensione transatlantica. I numeri descrivono una traiettoria inesorabile. Nel 2025, il 25% delle importazioni complessive di gas dell'Unione europea proviene dagli Stati Uniti, una quota destinata a esplodere al 75-80% delle importazioni totali di GNL e al 40% del consumo complessivo di gas entro il 2030. Tra il 2021 e il 2025, le consegne di GNL americano sono letteralmente più che raddoppiate: da 21 miliardi di metri cubi a 81 miliardi, da uno a quasi otto miliardi di metri cubi al mese—un aumento di quasi quattro volte in soli quattro anni.
Un’ escalation sigillata dall'accordo transatlantico firmato nel luglio 2025 proprio tra Ursula von der Leyen e Trump, che impegna l'Unione europea ad acquistare energia americana per un valore di 250 miliardi di dollari all'anno per tre anni: 750 miliardi di dollari complessivi in combustibili fossili, principalmente GNL e petrolio. Un impegno che, come osservato da analisti critici, "affoga il Green Deal" europeo in una marea di idrocarburi proprio mentre Bruxelles proclama obiettivi di decarbonizzazione.
Nel frattempo Trump, passa direttamente all’umiliazione pubblica, minacciando pubblicamente la Francia di dazi del 200% su vino e champagne per costringere Macron ad accettare l'invito al cosiddetto "Consiglio di pace" su Gaza. Trump ha subito aggiunto che Macron potrebbe anche non accettare l'invito, "perché presto non sarà più presidente". "A chi gli serve! Presto non sarà più al potere. Quindi non è un problema. E se farà i capricci, imporrò dazi del 200% sui loro vini e champagne, e allora lui parteciperà", ha detto Trump.
Dopo anni di servilismo e di cessione della sovranità, ora l’Ue è ingabbiata nelle mire espansionistiche coercitive di una superpotenza ormai al tramonto che ora mostra tutta la sua ferocia.

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