I Paesi del Golfo si oppongono, Netanyahu frena per paura e il senatore repubblicano Lindsey Graham promette che non è finita
Si è sfiorato l’apocalisse nella notte tra il 14 e il 15 gennaio nei cieli dell’Iran, quando Donald Trump è intervenuto all'ultimo minuto per impedire un attacco.
Secondo il New York Times, sarebbe stato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a esortare il presidente a ritardare qualsiasi potenziale azione offensiva, esprimendo preoccupazione per il fatto che Tel Aviv non era pienamente preparato a gestire una rappresaglia iraniana su larga scala. Netanyahu, secondo la pubblicazione, ha avvertito che le attuali scorte di intercettori potrebbero essere insufficienti per contrastare gli attacchi in arrivo.
Ma ci sarebbe anche un'altra questione in ballo che avrebbe ritardato i piani. Come riportato dal canale israeliano Channel 14, Turchia, Qatar e Arabia Saudita hanno avuto un ruolo cruciale nel revocare l’operazione, respingendo l'escalation e informando la Casa Bianca che non avrebbero concesso alle forze statunitensi i loro spazi aerei per colpire il territorio iraniano.
Il Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha espresso in termini inequivocabili la posizione di Ankara, sottolineando che la Turchia "non tollererà la possibilità di usare la violenza contro l'Iran". Durante una conferenza stampa a Istanbul il 14 gennaio, Fidan ha articolato una visione strategica che riflette le preoccupazioni profonde della Turchia per la stabilità della regione:
"Un'instabilità su larga scala in Iran andrebbe ben oltre la capacità di gestione della regione", ha dichiarato, evidenziando gli stretti legami sociali e commerciali tra Turchia e Iran, affermando che "ci riguardano da vicino". Non si tratta di un punto trascurabile: il volume commerciale bilaterale tra i due paesi ha raggiunto circa 19 miliardi di dollari nel periodo marzo 2024-marzo 2025, con la Turchia che rappresenta un partner commerciale cruciale per Teheran.
L'Arabia Saudita ha assunto una posizione altrettanto ferma, comunicando formalmente all'Iran che non avrebbe preso parte ad alcuna azione militare e non avrebbe consentito l'utilizzo del suo territorio o del suo spazio aereo per attacchi contro Teheran. Una decisione che rappresenta un cambiamento significativo nella politica saudita, storicamente in stretti legami militari e di sicurezza con Washington.
Yasmine Farouk, direttrice del progetto Golfo e Penisola Arabica presso l'International Crisis Group, ha commentato che i Paesi del Golfo sono preoccupati per "il caos che un cambio di regime in Iran provocherebbe nella regione" e per come Israele potrebbe sfruttare "quel vuoto".
Israele ha effettuato un attacco sfacciato in Qatar l'anno scorso, in un tentativo fallito di assassinare alti funzionari di Hamas. Un’azione in grande stile che ha scosso i governi del Golfo non solo perché molti sono stati corteggiati da Israele come potenziali alleati negli ultimi anni, ma anche perché, come Israele, avevano a lungo considerato gli Stati Uniti come il loro principale garante di sicurezza. Subito dopo l'attacco israeliano, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha siglato un patto di sicurezza con il Pakistan, dotato di armi nucleari.
Bin Salman non vuole rischiare di vedersi frantumare il suo progetto Vision 2030 con il Medio Oriente trasformato in una polveriera di sangue arida per gli investimenti.
Eppure anche gli Emirati rischiano di perdere a causa delle crescenti tensioni con l'Iran. Dubai, la più grande città degli Emirati, è stata a lungo un porto chiave per il commercio con Teheran. 
Mohammed bin Salman
Dopo che Trump ha annunciato che avrebbe imposto una tariffa del 25 percento sui partner commerciali statunitensi che commerciano anche con l'Iran, il ministro del Commercio degli Emirati ha dichiarato che il suo Paese stava ancora cercando di capire come questo li avrebbe influenzati.
"Siamo il secondo partner commerciale più grande dell'Iran e uno dei principali fornitori e approvvigionatori di molte delle nostre commodities, in particolare di prodotti alimentari", ha dichiarato il ministro del Commercio Thani al-Zeyoudi in una conferenza martedì, secondo il quotidiano degli Emirati The National.
L’Ira di Graham per il tradimento dei paesi arabi e la promessa che l’attacco ci sarà
In questo contesto il senatore repubblicano Lindsey Graham ha lanciato una dura critica agli alleati in Medio Oriente degli Stati Uniti.
“Tutti i titoli che suggeriscono che i nostri cosiddetti alleati arabi siano intervenuti a favore dell'Iran per evitare un'azione militare decisiva da parte del presidente Trump sono più che inquietanti. Il regime dell'ayatollah ha le mani sporche di sangue americano. Stanno massacrando la gente per le strade”, ha scritto Graham, aggiungendo che se la risposta araba è "non è necessaria un'azione contro l'Iran", dato questo attuale scandaloso massacro di persone innocenti, allora dovrò riconsiderare radicalmente la natura delle alleanze, ora e in futuro.
Trump, nel frattempo, ha pensato bene di lanciare uno dei suoi messaggi apparentemente depistanti e contraddittori che hanno contraddistinto anche le sue passate avventure diplomatiche. Dopo aver minacciato per giorni di attaccare l'Iran a sostegno dei manifestanti che sfidavano il governo di Teheran, mercoledì sera ha ridimensionato la retorica.
“Le uccisioni sono cessate…. I manifestanti iraniani non saranno più condannati a morte dopo gli avvertimenti…. Allo stesso modo, altri. Questa è una buona notizia. Speriamo che continuerà!”, ha detto, di fatto negando la logica di un simile attacco.
Secondo quanto riportato dall'inviato iraniano in Pakistan Reza Amiri Moghadam, il tycoon ha addirittura informato l'Iran di non avere intenzione di attaccare e ha anche chiesto a Teheran di dar prova di moderazione.
Tuttavia, sono proprio i suoi precedenti a suggerire che la possibilità di attacchi militari statunitensi contro Teheran nei prossimi giorni rimane una minaccia reale. Su questo punto Graham ha affermato che le recenti indiscrezioni secondo cui Trump non intende dare seguito alle precedenti minacce, sono estremamente inaccurate.
"Le circostanze relative all'azione necessaria e decisiva da intraprendere contro il malvagio regime iraniano non hanno nulla a che fare con la volontà o la determinazione del presidente Trump. Tutto il contrario. Restate sintonizzati", ha scritto in un post su X.
Il progetto di balcanizzazione dell’Iran che ha irritato gli alleati del golfo
In Iran da giorni si è assistito ad una repressione brutale contro sommosse innescata dalle difficili condizioni economiche determinate dalla svalutazione del Rial a causa della guerra dell’estate scorso e delle sanzioni economiche. Dal 28 dicembre le proteste si sono trasformate in una rivolta di massa contro la Repubblica islamica, estesa a tutte le 31 province. Le vittime tra i manifestanti sono stimate da almeno 2.600 (HRANA) a oltre 3.400 (Iran Human Rights), con alcune fonti che parlano di decine di migliaia di morti, ma non verificabili per il blackout informativo.
In questo contesto che vede l’azione di un potere non certo democratico, emerge tuttavia con sempre più chiarezza, la longa manus esterna volta a radicalizzare le manifestazioni su un piano violento, distruttivo e destabilizzante.
Non è un caso che l’ex direttore della CIA Mike Pompeo, il 2 gennaio ha augurato buon anno “a tutti gli iraniani che camminano per le strade” e “a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco”. 
Lindsey Graham
“Abbiamo informazioni accurate che gli Stati Uniti, il regime sionista e alcuni dei loro paesi alleati hanno recentemente formato un centro di coordinamento per separatisti e terroristi per delineare una futura tabella di marcia. Hanno pianificato che ogni regione separata (Balochistan, Kurdistan, ecc.) scrivesse la propria costituzione e hanno diretto il contrabbando di armi e il supporto finanziario e logistico per realizzare questi progetti di balcanizzazione”.
Con queste rivelazioni si è espresso oggi Il Ministro della Difesa iraniano, Aziz Nasirzadeh.
Nel merito, proprio nelle scorse ore la Reuters, citando tre fonti a conoscenza della questione, ha riferito che gruppi separatisti curdi armati hanno cercato di attraversare il confine con l'Iran dall'Iraq, “segno che entità straniere potrebbero cercare di trarre vantaggio dall'instabilità dopo giorni di repressione delle proteste contro Teheran”.
Al contempo, i Pasdaran hanno eliminato nei giorni precedenti diversi gruppi del PJAK infiltratisi dal Kurdistan iracheno, anche grazie a informazioni fornite dal MIT turco, in un chiaro segnale di un coordinamento regionale sofisticato tra attori occidentali e israeliani che utilizzerebbero movimenti separatisti per destabilizzare il Paese. Stando alle analisi della Jamestown Foundation esponenti del PJAK avrebbero avuto “buone relazioni” con gli Stati Uniti e dichiarazioni dell’ex agente CIA Robert Baer, secondo il quale forze statunitensi avrebbero fornito intelligence militare all’organizzazione tramite unità speciali.
Balcanizzazione dell'Iran: un attacco alla Cina
Oltre a rappresentare un’occasione per Israele volta a raggiungere i suoi obiettivi espansionistici, la frammentazione dell'Iran porterebbe a conseguenze catastrofiche per gli interessi strategici cinesi su tre assi principali. Anzitutto, il collasso della sovranità iraniana comporterebbe l'interruzione delle forniture petrolifere critiche—il 40-50% delle importazioni energetiche cinesi transita per lo stretto di Hormuz—e il blocco dei corridoi commerciali della BRI con perdite di circa 400 miliardi di dollari in investimenti infrastrutturali. In secondo luogo, l'isolamento logistico a ovest avrebbe effetti a cascata sull'Asia centrale, dove Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan dipendono dagli assi di transito iraniani per accedere ai mercati globali, indebolendo l'intera rete logistica cinese occidentale. Infine, una frammentazione comporterebbe l'espansione dell'influenza americana sulla regione attraverso il controllo dei giacimenti petroliferi e lo stretto di Hormuz, rendendo Pechino completamente dipendente dalle rotte marittime controllate dagli Stati Uniti—in particolare lo stretto di Malacca. Inoltre, il crollo dell'asse Cina-Russia-Iran delegittimerebbe il modello multipolare che Pechino promuove attraverso BRICS e SCO, dimostrando l'inefficacia di queste organizzazioni nel proteggere i partner da interventi occidentali e accelerando il ritorno a un ordine unipolare controllato dall'Occidente.
Resta da vedere se Washington è pronto a giocare una carta così sconsiderata inimicandosi pesantemente i vecchi alleati del golfo.
Foto © Imagoeconomica
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