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Un messaggio alle istanze dei volenterosi che aspiravano a un dispiegamento militare in Ucraina dopo un eventuale cessate il fuoco. Questo è il significato del massiccio attacco russo con il missile ipersonico Oreshnik diretto verso la regione di Lviv tra il 7, 8 e 9 gennaio 2026.
Secondo il Ministero della Difesa russo, l'operazione notturna del 9 gennaio ha disattivato l'impianto di riparazione aeronautica statale di Leopoli, una struttura critica per la manutenzione dei caccia F-16 e MiG-29 donati dai paesi occidentali all'Ucraina. L'attacco ha inoltre colpito laboratori, magazzini contenenti droni d'attacco e infrastrutture aeroportuali. Contemporaneamente, sono stati utilizzati anche missili Iskander e Kalibr contro fabbriche di droni a Kiev e impianti energetici del complesso militare-industriale ucraino.

Ma diverse fonti militari e media specializzati indicano come probabile obiettivo nei raid dei giorni precedenti un grande deposito sotterraneo di gas nell’area di Stryi, identificato nella maggior parte dei casi con il complesso Bilche‑Volytsko‑Uherske.
Si tratta del più grande deposito sotterraneo di gas dell’Ucraina, con una capacità tecnica intorno a 17 miliardi di metri cubi, spesso indicata come circa metà della capacità di stoccaggio complessiva del paese (circa 31–32 miliardi di metri cubi). Il sito è descritto da Naftogaz come il più grande d’Europa e tra i maggiori al mondo, usato sia per il fabbisogno interno ucraino sia per il transito e lo stoccaggio di gas destinato ai clienti europei.

Un’ulteriore dimostrazione delle capacità missilistiche di quest’arma. L’Oreshnik è un missile balistico a raggio intermedio (IRBM), quindi con raggio operativo compreso indicativamente fra 3.000 e 5.500 km, anche se alcuni impieghi operativi recenti mostrano l’utilizzo anche su distanze di 1.000–1.600 km. La velocità dichiarata e osservata si attesta oltre Mach 10, con stime nella fase terminale tra Mach 10 e 11 (circa 12.000–13.000 km/h), il che riduce al minimo la finestra di ingaggio per le difese antimissile. Il vettore è stato schierato in Bielorussia e in siti di prova russi, con lo scopo di coprire gran parte del teatro europeo riducendo drasticamente i tempi di volo verso Paesi NATO.
Gli attacchi dei giorni scorsi, avvenuti a pochi km dal confine europeo sono un preludio di cosa potrebbe accadere al Vecchio Continente se perseverasse nella sua strategia guerrafondaia.
Ne parla anche il New York Times, secondo cui il lancio notturno del missile “Orešnik” contro l’area di Leopoli è stato concepito come un messaggio diretto all’Europa, più che come un semplice attacco all’Ucraina. Secondo la pubblicazione, la scelta di colpire l’Ucraina occidentale, a ridosso del confine polacco e quindi vicino a un Paese UE e NATO, serve a ricordare che quasi tutto il continente europeo rientra nel raggio di quest’arma ipersonica e potenzialmente nucleare.
Un segnale che arriva proprio mentre – continua la pubblicazione – “i Paesi europei discutono garanzie di sicurezza postbelliche per Kiev e si impegnano ad aumentare la loro presenza militare ai confini con l’Ucraina, cosa che Mosca vive come una minaccia diretta ai propri interessi e alla propria sfera di influenza”.


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Mark Rutte


Non a caso, il Segretario generale della NATO Mark Rutte ha commentato l’accaduto sostenendo che "la Russia sta cercando di dissuaderci dal fornire assistenza all'Ucraina".
Concretamente, l’uso di questo missile viene interpretato da funzionari europei e ucraini come una chiara escalation e un avvertimento inquietante rivolto sia alle capitali europee sia a Washington, nel momento in cui gli Stati Uniti intensificano gli sforzi negoziali per chiudere la guerra. Il Cremlino vuole far comprendere alle leadership occidentali che, finché non verranno accettate le condizioni russe e l’Ucraina non sarà spinta a cedere, la Russia è pronta a prolungare il conflitto e a far pesare sulla sicurezza dell’intero continente il proprio arsenale missilistico avanzato.
 

La Svolta Diplomatica dell'Unione Europea

L'elemento più rilevante degli ultimi sviluppi emerge dalle dichiarazioni della Commissione europea. Paula Pinho, portavoce di Palazzo Berlaymont per la politica estera, ha ammesso pubblicamente che "a un certo punto ci dovranno essere dei colloqui, anche con il presidente Putin". Questa affermazione rappresenta un cambio di narrazione significativo, anche se accompagnato da chiarificazioni sulla mancanza attuale di segnali positivi dal lato russo.
Le parole di Pinho si allineano con le recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che ha proposto che "l'Europa torni a parlare con Putin". Sebbene la Commissione europea abbia mantenuto il tono cauto, riconoscendo che "non siamo ancora a quel punto", il riconoscimento della necessità inevitabile di negoziazioni marca una rottura con il precedente approccio di esclusione totale della diplomazia diretta.

La portavoce ha sottolineato che la Commissione continua a lavorare per la pace, ma che il primo passo deve venire dalla Russia, e che attualmente non ci sono segnali di disponibilità da parte di Mosca. Tuttavia, la semplice ammissione che i colloqui con Putin saranno necessari rappresenta una concessione simbolica rispetto alla posizione precedente.
L’Europa abbandonata a sé stessa, si sfilerà dalla sua suicida logica guerrafondaia?

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