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Lo spazio aereo venezuelano è già stato chiuso, segnando un momento di calma prima della tempesta. Solo poche ore fa Donald Trump ha annunciato che l'azione militare contro i cartelli della droga in territorio venezuelano non solo “inizierà molto presto”, ma anche che gli Stati Uniti potrebbero colpire allo stesso modo in altri paesi, citando la Colombia.
Tutte le trattative sottobanco sembrano cadute nel vuoto. In una telefonata concitata, rivelata dal New York Times, tra il tycoon e Maduro, avvenuta il 21 novembre, il presidente venezuelano avrebbe espresso la sua disponibilità a lasciare il Paese a condizione che lui e la sua famiglia ricevano un'amnistia legale completa, che includa la revoca di tutte le sanzioni statunitensi e la conclusione del caso contro di lui presso la Corte penale internazionale (CPI).

Una proposta respinta da Trump che ha insistito affinché Maduro si dimettesse immediatamente, “ma Caracas ha rifiutato", si legge sul Miami Herald.
A questo proposito, Reuters precisa che la chiusura dello spazio aereo è stata annunciata subito dopo la fine della settimana concessa per la partenza, come segnale che la finestra negoziata era chiusa e che si passava alla pressione coercitiva. In parallelo, vari media hanno mostrato dati tipo Flightradar con un cielo praticamente vuoto sopra il Paese, descrivendo un “isolamento aereo quasi totale”.
 

La finta lotta alla droga che nasconde il petrolio

Mentre apertamente si parla di lotta al traffico di stupefacenti, come già evidenziato, si tratta solo di un maldestro pretesto. Un rapporto ONU indica che solo il 5% della produzione di cocaina colombiana passa attraverso il Venezuela e non esistono prove pubbliche che Maduro diriga personalmente spedizioni di droga.
La risposta di questa escalation sta nel sottosuolo del Paese. Caracas possiede le maggiori riserve petrolifere provate al mondo pari a 303 miliardi di barili di riserve (rispetto ai 267 miliardi dell'Arabia Saudita), di fatto il 18% della quota mondiale totale.


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Donald Trump
 

Gli attacchi indiscriminati alle imbarcazioni

In ogni caso la guerra è già iniziata con operazioni in grande stile. Secondo fonti britanniche e statunitensi, almeno 21 operazioni hanno colpito piccole imbarcazioni accusate di trasportare droga, causando 83 morti. Attacchi che, come ricordato dal Segretario Generale dell'ONU António Guterres, “non sono compatibili con il diritto internazionale”, in aperta violazione all'Articolo 2 (4) della Carta ONU che proibisce l'uso della forza contro l'integrità territoriale degli Stati. Il 2 settembre 2025, forze militari statunitensi hanno colpito un'imbarcazione proveniente dal Venezuela, uccidendo 9 persone a bordo. Tuttavia, due individui sono sopravvissuti al primo attacco, aggrappandosi ai rottami in fiamme.​

Il Washington Post, citando due fonti con conoscenza diretta dell'operazione, precisava che il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva impartito un ordine verbale di "eliminare tutti" a bordo. L'Ammiraglio Frank Bradley, comandante del Joint Special Operations Command, ha quindi ordinato un secondo attacco che ha ucciso i due sopravvissuti, portando il bilancio totale a 11 morti.
 

Una guerra di logoramento

Il dispiegamento militare è già imponente e vede schierate la portaerei USS Gerald R. Ford (la più grande al mondo); almeno 8 navi da guerra con circa 1.200 missili; un sottomarino nucleare; aerei F-35 e B-52; droni MQ-9 Reaper, nonché circa 10.000-16.000 militari.

Tuttavia, l’esito è tutt’altro che scontato. Reuters, dopo aver esaminato alcuni "documenti di pianificazione", ha avvertito che Caracas, pur essendo significativamente inferiore a Washington in termini di potenza militare, avrebbe fatto ricorso a tattiche di guerriglia e sabotaggio che avrebbero debilitato gli americani. In parole povere, gli Stati Uniti si troveranno ad affrontare un secondo Vietnam in Venezuela.


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Nicolás Maduro © Imagoeconomica
 

Secondo la pubblicazione, infatti, oltre una dozzina di documenti di addestramento e pianificazione militare datati tra il 2012 e il 2022 mostrano un focus a lungo termine sulla preparazione di una risposta non convenzionale a un'eventuale aggressione statunitense.
La prima prevede che circa 60.000 militari dell'esercito e della Guardia Nazionale vengano mobilitati in unità guerrigliere dislocate in oltre 280 posizioni sul territorio nazionale, dove condurrebbero sabotaggi e tattiche di guerriglia contro le forze d'invasione. Il Venezuela ha già dispiegato 5.000 missili portatili russi Igla (MANPADS) che Maduro ha recentemente esaltato in televisione, destinati a contrastare la superiorità aerea americana.​

La seconda strategia, mai riconosciuta ufficialmente dal governo, impiegherebbe i servizi di intelligence e i sostenitori armati del partito al governo (i "colectivos") per seminare il caos nelle strade di Caracas, rendendo il paese "ingovernabile" per qualsiasi governo installato dagli Stati Uniti.

Un elemento cruciale, analizzato dal Lansing Institute, è il possibile coinvolgimento russo. Mosca potrebbe fornire supporto di intelligence, consulenza militare, trasferimenti di armi tramite canali deniabili, operazioni cyber e informative, e copertura diplomatica. Lo scenario più probabile secondo questa analisi è quello di un "conflitto asimmetrico prolungato": operazioni guerrigliere decentralizzate supportate intermittentemente da canali esterni, con la Russia che svolge un ruolo facilitatore evitando una presenza diretta. Il risultato: una lunga contro-insurrezione, costi crescenti e indebolimento della volontà politica americana. Uno scenario da incubo per gli Usa che ora si ritrovano a tentare il tutto per tutto pur di ottenere le materie prime necessarie per mantenere il loro vorace sistema economico in perenne deficit.

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