Takaichi ha avviato discussioni all'interno del Partito Liberal Democratico per rivedere il divieto di possedere, produrre o consentire armi nucleari sul suolo giapponese
Nel pacifico la tensione è ai massivi livelli e la deriva militarista del primo ministro giapponese Sanae Takaichi sta esacerbando uno scontro dove Tokio si mostra sempre più vassallo della politica imperialista statunitense nella regione.
"Se considerasse la crisi militare a Taiwan una 'crisi esistenziale' per il Giappone", è stata la domanda posta dal parlamento giapponese. La risposta di Takaichi è stata un secco "sì", dichiarando di fatto la disponibilità del Giappone a combattere per l’isola.
Infatti nel diritto giapponese, questo termine descrive una minaccia all'esistenza del Paese, una situazione in cui il governo potrebbe ricorrere alla forza armata e condurre operazioni congiunte con gli Stati Uniti e altri alleati. Con quella dichiarazione, di fatto, Takaichi ha dunque effettivamente comunicato la disponibilità di Tokyo a schierare le proprie forze militari a fianco di Taipei.
Paradossale che meno di una settimana prima a Gyeongju, in Corea del Sud, il primo ministro giapponese aveva incontrato il presidente Xi Jinping a margine del vertice APEC in un clima di apparente cordialità.
"È importante essere partner e non minacciarsi a vicenda", aveva dichiarato leader cinese durante l'incontro con l’omologo nipponico. Addirittura, secondo quanto riportato dalle fonti cinesi, Takaichi aveva affermato che il Giappone avrebbe mantenuto la posizione stabilita nella Dichiarazione congiunta sino-giapponese del 1972, riconoscendo implicitamente Taiwan come territorio cinese.
A questo proposito va citato un fatto fondamentale: Taiwan non è mai stata riconosciuta come Stato indipendente dall'Organizzazione delle Nazioni Unite né dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale. Dal 1971, quando la Risoluzione 2758 dell'Assemblea Generale dell'ONU ha trasferito il seggio cinese dalla Repubblica di Cina (Taiwan) alla Repubblica Popolare Cinese, l'isola ha perso la sua rappresentanza nelle principali organizzazioni internazionali.
Al contempo, come ricordato pocanzi, anche il Giappone con la Dichiarazione congiunta sino-giapponese del 1972, ha formalmente riconosciuto che l’isola fa parte del territorio cinese, sebbene non sia sotto il controllo di Pechino. Questa è la posizione diplomatica ufficiale di Tokyo da oltre cinquant'anni, ma tutto è stato stracciato nel giro di 48, forse dopo una telefonata da Washington.
Il giorno seguente gli incontri di Gyeongju, Takaichi ha incontrato un rappresentante taiwanese presente al vertice APEC e ha espresso pubblicamente la sua apertura verso l'isola, affermando di sperare di "approfondire la cooperazione pratica con l'isola".
La risposta di Pechino non si è fatta attendere. Il 12 novembre un cacciatorpediniere Type 055 dell'Esercito Popolare di Liberazione ha transitato nei pressi dell'isola giapponese di Kyushu. Il 16 novembre, Pechino ha inviato la sua guardia costiera sulle contese isole Senkaku (note in Cina come Isole Diaoyu). Ancora più significativo è l'annuncio di esercitazioni militari con addestramento a fuoco vivo nel Mar Giallo dal 17 al 19 novembre, comunicato dalla Guardia Costiera cinese.
"L'Esercito Popolare di Liberazione dalla volontà d'acciaio infliggerà una sconfitta schiacciante se il Giappone osasse usare la forza per interferire nella questione di Taiwan. Tokyo pagherebbe un prezzo elevato", ha dichiarato il colonnello Jiang Bin, portavoce del Ministero della Difesa Nazionale cinese.
Il Quotidiano del Popolo, principale organo di stampa del Partito Comunista Cinese, ha addirittura sostenuto che "il Giappone ha lanciato una minaccia militare aperta contro la Cina per la prima volta dal 1945".
A rimarcare la gravità della situazione ci ha pensato l'ambasciata cinese in Giappone che ha lanciato un duro avviso ufficiale su WeChat: "Di recente, i leader giapponesi hanno fatto dichiarazioni palesemente provocatorie su Taiwan, danneggiando gravemente il clima favorevole agli scambi interpersonali. La situazione presenta rischi significativi per la sicurezza personale e la vita dei cittadini cinesi in Giappone”.
Come se il clima non fosse già abbastanza infuocato, Takaichi ha addirittura avviato discussioni all'interno del Partito Liberal Democratico per rivedere il divieto di possedere, produrre o consentire armi nucleari sul suolo giapponese, un pilastro della politica nipponica dal dopoguerra.
"Il divieto di schieramento di armi nucleari nel Paese ha un impatto negativo sul potenziale di deterrenza e difesa degli Stati Uniti, che di fatto garantisce la sicurezza del Giappone", ha dichiarato, sostenendo, di fatto, che permettere il dispiegamento di testate nucleari americane sul territorio giapponese rafforzerebbe l'ombrello di protezione statunitense in un momento di crescenti tensioni regionali.
Tuttavia le parole di Takaichi mostrano in tutto il loro contraddittorio e paradossale servilismo a cui sta consegnando il suo Paese. Mentre di facciata, propone una politica nazionalista, tradizionalista, conservatrice che teoricamente mira a rafforzare l'autonomia strategica del Giappone, le sue azioni—allineandosi così strettamente con la strategia americana su Taiwan, proponendo il dispiegamento di armi nucleari americane, e abbattendo i pilastri della politica pacifista del dopoguerra—stanno in realtà aumentando la dipendenza militare e politica dal Paese nordamericano.
D’altronde basterebbe un dato per riassumere e descrivere l’attuale linea politica giapponese. Gli accordi commerciali e militari con gli Stati Uniti hanno creato una situazione in cui il Paese ha barattato 550 miliardi di dollari di investimenti e acquisti militari massicci in cambio di una riduzione dei dazi dal 25% al 15%. Altro che accordo tra pari, Tokyo ha ceduto su praticamente tutti i fronti—economico, commerciale, militare e strategico—per mantenere l'accesso al mercato americano. Un cappio che non promette nulla di buono per il sol levante.
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