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Dall’Adriatico è in partenza la grande fortezza dei mari, pronta per la prossima guerra a stelle e strisce. Si tratta della USS Gerald R. Ford (CVN-78) che si stava dirigendo verso il Mar Rosso prima di un repentino cambiamento dei piani di venerdì, con il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che ha annunciato il trasferimento del gruppo nel Mar dei Caraibi.  
Circolano indiscrezioni su un inizio delle operazioni su larga scala degli Stati Uniti contro il Venezuela previste per novembre, poco dopo il ritorno di Trump dal vertice ASEAN in Corea del Sud. Considerando la distanza che il gruppo deve percorrere, infatti, dovrebbe raggiungere il Mar dei Caraibi nel prossimo fine settimana, dopo che l'uragano Melissa sarà passato o si sarà indebolito significativamente al punto da non rappresentare una minaccia per le navi militari americane e i marinai. 
Stanno costruendo una nuova guerra. Avevano promesso che non si sarebbero fatti coinvolgere mai più', ma stanno costruendo una guerra che noi impediremo", ha commentato il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, parlando alle emittenti statali. 
Manca solo il via libera del tycoon americano che, secondo quanto riportato da tre funzionari della CNN, sta valutando di prendere di mira le strutture ma non ha ancora deciso se procedere o meno. In ogni caso ha già autorizzato la CIA a condurre operazioni segrete in Venezuela.
"Ci sono piani sul tavolo che il presidente sta prendendo in considerazione" riguardo alle operazioni su obiettivi all'interno del Venezuela, ha detto un funzionario dell'amministrazione alla CNN, aggiungendo che "non ha escluso la diplomazia".
Tuttavia, secondo un’inchiesta del Miami Herald, la fine della leadership del leader venezuelano, ormai considerato da Washington, capo di un’organizzazione narco-terrorista, sarebbe ormai decisa, nonostante i suoi tentativi di restare in scena senza scontri. Il governo venezuelano avrebbe infatti presentato agli Usa, tramite mediatori in Qatar, un piano per una transizione politica controllata, finalizzato a garantire la sopravvivenza del sistema chavista con una nuova guida.
Il progetto, elaborato tra la primavera e l’autunno del 2025, prevedeva che la vicepresidente Delcy Rodríguez assumesse la presidenza dopo le dimissioni di Maduro, portando a termine il mandato fino al 2031 senza ricandidarsi. In una delle versioni, l’ex ministro degli Interni Miguel Rodríguez Torres, attualmente in esilio, avrebbe collaborato in un governo di transizione, mentre Maduro avrebbe ottenuto asilo in Turchia o in Qatar.
Le trattative sarebbero state gestite dall’inviato speciale americano Richard Grenell, che avrebbe mantenuto contatti riservati con emissari venezuelani a Doha. L’obiettivo di Maduro era ottenere un alleggerimento delle sanzioni e legittimare un “madurismo senza Maduro”: una continuità del potere chavista sotto una nuova facciata politica, capace di garantire stabilità e accettazione internazionale. Ma da parte americana l’offerta è stata respinta con decisione, mentre continuano gli attacchi contro le presunte barche dei narcotrafficanti, colpite con missili Hellfire in acque internazionali. Si contano un totale di 10 imbarcazioni colpite e 43 morti dall’inizio dall’inizio della campagna statunitense, senza che il Tycoon abbia fornito prove pubbliche che trasportassero effettivamente droga diretta negli Stati Uniti.
Ovviamente la droga è solo un Casus Belli e, sempre secondo la CNN, alcuni funzionari dell'amministrazione stanno spingendo ovviamente  per un cambio di regime garantito da questa campagna di copertura contro il narcotraffico.
Eppure, per l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC), il Venezuela non è un paese produttore di cocaina e quasi tutte le coltivazioni di coca – l'ingrediente principale della cocaina – sono concentrate in Colombia, Perù e Bolivia. Al contempo, un rapporto annuale della Drug Enforcement Administration (DEA) statunitense, pubblicato a marzo, non menzionava Caracas nelle quattro pagine dedicate al traffico di cocaina, citando invece Ecuador, America Centrale e Messico.
Ma, secondo il segretario di Stato Marco Rubio, "Nicolás Maduro è un narcotrafficante incriminato negli Stati Uniti ed è un latitante della giustizia americana".
Ovviamente a rivelare i veri motivi delle operazioni ci ha pensato la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado che nel giugno 2025, durante un intervento all’Americas Society/Council of the Americas, ha presentato un ambizioso piano economico da 1,7 trilioni di dollari, finalizzato alla privatizzazione completa dell’industria petrolifera nazionale. Un progetto che prevede un 40% delle opportunità di investimento destinato al settore dei combustibili fossili, con un ruolo dominante per i grandi gruppi energetici statunitensi. 
Secondo il piano, l’obiettivo è portare la produzione petrolifera venezuelana a 4 milioni di barili al giorno, grazie a 420 miliardi di dollari di investimenti esteri. Una trasformazione che, nelle intenzioni di Machado, dovrebbe rilanciare l’economia, ridurre l’influenza del narcotraffico e aprire la strada a una “democrazia compiuta” nel Paese. Tuttavia, per molti osservatori, l’iniziativa appare come una “storia a lieto fine a stelle e strisce”, in cui il ritorno massiccio delle compagnie americane nel settore energetico venezuelano segna un profondo cambio di equilibrio politico ed economico nella regione. 
Il conto alla rovescia per la nuova operazione di democrazia continua. 

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