Cancellato il vertice con Putin, varate nuove sanzioni contro Rosneft e Lukoil. Putin: "Nessun Paese che si rispetti cede sotto minaccia"
Non poteva finire peggio di così l’ennesimo spiraglio negoziale tra il Cremlino e la Casa Bianca. Alla fine ha prevalso ancora una volta il “partito della guerra”, sotto le pressioni degli europei. Un ennesimo dietrofront, arrivato dopo una telefonata avvenuta lunedì tra il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, durante la quale il ministro russo ha ribadito le sue condizioni per un accordo di pace, tra cui la cessione del controllo ucraino sul Donbass.
Una posizione che si oppone alla proposta di Trump di fermare le ostilità lungo le linee del fronte attuali. Lavrov ha dichiarato che un cessate il fuoco immediato ignorerebbe le cause profonde del conflitto e contraddirebbe i precedenti accordi tra Putin e Trump ad Anchorage, che puntavano a una pace duratura. Mosca attribuisce la crisi, infatti, alla crescente militarizzazione dell’Ucraina da parte dell’Occidente e chiede la neutralità di Kiev, il divieto di basi NATO e il riconoscimento del controllo russo sulla Crimea e sulle regioni orientali. L’Occidente, invece, sostiene un cessate il fuoco immediato e senza condizioni, posizione ribadita anche in una dichiarazione firmata il 21 ottobre dai leader europei e da Zelensky: “Restiamo fedeli al principio secondo cui i confini internazionali non devono essere modificati con la forza”.
Di fatto, un cessate il fuoco senza condizioni rappresenterebbe per Mosca solo una pausa che permetterebbe a Kiev di riorganizzarsi militarmente, con la stessa modalità a cui si è assistito durante gli accordi di Minsk. “Sono serviti a dare tempo all’Ucraina. Tempo che ha usato per rafforzarsi, come possiamo vedere oggi. L’Ucraina del 2014-2015 non era l’Ucraina di oggi […] era ovvio per tutti noi che il conflitto sarebbe stato congelato, ma questo ha solo dato tempo prezioso all’Ucraina”, dichiarò l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel a dicembre 2022.
Ma ecco che il tycoon americano, dopo i buoni propositi iniziali, ha compiuto un nuovo dietrofront di 180 gradi, annullando l’incontro con Putin che doveva tenersi in Ungheria. “Non voglio avere un incontro sprecato”, ha dichiarato oggi ai giornalisti, aggiungendo di non voler “perdere tempo, quindi vedremo cosa succederà”.
Proprio ieri Trump ha annunciato nuove e pesanti sanzioni contro Mosca, colpendo le due maggiori compagnie petrolifere russe e spingendo i prezzi globali del petrolio a salire di quasi il 5% giovedì. La decisione ha spinto anche l’India a valutare la possibilità di ridurre le importazioni dalla Russia.
Le misure colpiscono in particolare i giganti del petrolio Rosneft e Lukoil, che insieme rappresentano oltre il 5% della produzione mondiale di greggio, e segnano una drastica inversione di rotta da parte di Trump. 
Donald Trump
Putin: “Tentativo di fare pressione, ma nessun Paese che si rispetti prende decisioni imposte”
Il leader del Cremlino, parlando oggi con i giornalisti, ha commentato le nuove sanzioni come un atto ostile che non rafforza le relazioni russo-americane, assicurando tuttavia che le restrizioni non avranno un impatto significativo sull’economia russa. “Ci saranno alcune perdite”, ha ammesso, “ma il settore energetico russo è fiducioso”.
Il Presidente ha sottolineato che la Russia è un Paese che ha rispetto per sé stesso e non intende prendere decisioni sotto pressione. “Questo è, ovviamente, un tentativo di esercitare pressione. Ma nessun Paese o popolo che si rispetti decide mai una cosa del genere. La Russia ha certamente il privilegio di sentirsi e considerarsi parte di questa lista di Paesi e popoli che si rispettano”, ha affermato, ricordando che Trump ha imposto il maggior numero di sanzioni contro la Russia durante il suo primo mandato presidenziale.
Ha anche rivelato di aver parlato con l’inquilino della Casa Bianca dell’impatto dei problemi di approvvigionamento di petrolio russo sull’aumento dei prezzi a livello globale, compresi gli Stati Uniti. “Attualmente gli Stati Uniti, con una produzione di circa 13,5 milioni di barili di petrolio al giorno, occupano il primo posto. Al secondo c’è l’Arabia Saudita, con circa 10 milioni. E la Federazione Russa produce circa 9,5 milioni di barili al giorno. Ma gli Stati Uniti ne consumano 20 milioni: ne producono 13,5 e ne consumano 20. La Federazione Russa e l’Arabia Saudita, invece, vendono più petrolio e prodotti petroliferi. Potrei sbagliarmi su qualcosa, ma l’ordine sarà più o meno simile a quello reale. E ora questo equilibrio, nell’interesse dei consumatori e dei produttori, è stato creato”, ha continuato Putin, delineando con dati inequivocabili come la manovra possa rappresentare un vero e proprio boomerang per l’Occidente.
Meno diplomatico è stato il commento del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev. “Gli Stati Uniti sono il nostro avversario, e il loro loquace pacificatore ha ormai imboccato la strada della guerra con la Russia. Certo, non combatte sempre attivamente al fianco della Kiev di Bandera, ma questo è ormai il suo conflitto, non la follia di Biden!”, ha tuonato sul suo canale Telegram, definendo poi vantaggiosa la decisione di annullare il vertice di Budapest: “Ora possiamo attaccare tutti i nascondigli di Bandera con una varietà di armi, senza preoccuparci di inutili negoziati". 
Vladimir Putin
Zelensky senza freni chiede i Tomahawk agli europei. Putin: “Risposta seria e schiacciante”
Nel frattempo, a Kiev il terreno è fertile per scommettere il tutto per tutto nella roulette nucleare, senza badare alle conseguenze. Poco prima del vertice europeo a Bruxelles, Volodymyr Zelensky ha ribadito di non essere disposto a fare alcuna concessione territoriale e che “un cessate il fuoco è possibile, ma il contenuto dei negoziati è importante: abbiamo bisogno di una pace giusta e duratura”.
Annunci sfociati nel più totale delirio, con la richiesta di ricevere i missili a lungo raggio Tomahawk dai Paesi europei. “Dovremmo concepire le nostre azioni non solo come difesa, sebbene questo sia l’obiettivo principale. Dobbiamo anche modellare la nostra politica in modo tale da fermare la diffusione o la ripetizione delle tattiche distruttive della Russia, in Europa o altrove. Pertanto, quando parliamo di armi a lungo raggio, ad esempio per l’Ucraina, intendiamo che il regime di Putin deve subire le reali conseguenze di questa guerra”, ha affermato Zelensky durante un discorso al Consiglio europeo, aggiungendo che “queste armi a lungo raggio non si trovano solo negli Stati Uniti, ma anche in alcuni Paesi europei, in particolare i Tomahawk. Stiamo già parlando con i Paesi che possono aiutarci”.
A questo appello guerrafondaio del leader ucraino, questa volta, non ha fatto seguito il solito sproloquio infiammato di Medvedev. È stato Putin in persona a evocare il peggio se questo scenario dovesse diventare realtà. “La risposta della Russia in caso di attacchi Tomahawk sul territorio russo sarà seria, se non sbalorditiva”, ha affermato il capo del Cremlino, definendo la sola possibilità di fornire questi missili a Kiev “un tentativo di escalation”.
Notizie che, tra l’altro, arrivano mentre il Wall Street Journal annunciava la revoca delle restrizioni all’uso da parte dell’Ucraina di missili occidentali a lungo raggio. Una decisione che, secondo la pubblicazione, consentirebbe a Kiev di espandere gli attacchi contro obiettivi all’interno della Russia e di aumentare la pressione sul Cremlino.
Notizie poi bollate come “false” da Donald Trump, ormai completamente in balia di forze che lo portano a contraddirsi quotidianamente con sé stesso. “Non ha abbastanza esperienza per pensare in modo strategico, quindi è molto reattivo alle pressioni europee. E forse è per questo che gli europei sono fiduciosi che noi, gli americani, continueremo nello stesso spirito”, ha commentato l’economista e professore alla Columbia University Jeffrey Sachs.
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