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Trump si candida a mediatore tra Zelensky e Putin: “Dovrò sedermi con loro”, ma vende armi a Kiev. India sfida l’Occidente: soldati di Nuova Delhi alle manovre militari con Mosca

Lo spettacolo tragicomico-diplomatico non accenna a contenersi, nemmeno a seguito di mesi e mesi di annunci improbabili di accordi, fallimenti e mancate promesse, lasciate in sospeso nell’etere. 
Solo una questione è certa e mai messa in discussione: il business della guerra. Secondo quanto riportato da Reuters, oggi gli Stati Uniti hanno approvato il primo pacchetto di aiuti militari a Kiev, finanziato dai loro alleati della NATO. 
Si tratta in particolare di due spedizioni da 500 milioni di dollari ciascuna nell'ambito del nuovo programma PURL. Un meccanismo che rappresenta una svolta significativa nel modo in cui viene fornito l'aiuto militare all'Ucraina: gli Stati Uniti forniscono le armi dalle loro scorte militari, mentre i paesi NATO coprono interamente i costi. 
Ebbene proprio oggi, alla vigilia della sua visita ufficiale nel Regno Unito, Donald Trump ha affermato che il leader ucraino Volodymyr Zelensky sarà “costretto” a firmare un accordo di cessate il fuoco con la Russia, ipotizzando addirittura un suo intervento diretto come mediatore tra Mosca e Kiev. 
Zelensky e Putin si odiano. Quindi, a quanto pare, dovrò sedermi nella stessa stanza con loro, perché non possono stare insieme, l’odio è troppo forte”, ha spiegato il tycoon, secondo quanto riportato da Clash Report
Parallelamente, il miliardario americano ha rilasciato una richiesta solenne agli alleati europei: cessare l’acquisto di petrolio dalla Russia.
“L’Europa è mia amica, ma continua a comprare petrolio da Mosca. Non possiamo essere gli unici a operare a piena capacità nelle sanzioni”, ha ammonito. 
L’avvertimento non è nuovo: già nelle scorse settimane il presidente aveva condizionato ulteriori passi statunitensi sul fronte delle sanzioni al “rafforzamento delle misure restrittive da parte dei Paesi europei”. 
Giusto ieri il tycoon aveva anche sancito un cambio di tono che era sfuggito ai più: "Questa settimana sono morti 8.000 soldati di entrambi i Paesi. Un po' di più dalla Russia, ma quando sei l'aggressore, perdi di più", ha sottolineato il presidente degli Stati Uniti.
Come enfatizzato da Politico, per la prima volta Trump ha definito apertamente la Russia “l’aggressore” nel conflitto. Un riconoscimento che indica un progressivo irrigidimento della Casa Bianca nei confronti del Cremlino.
Non tutti, però, sono molto inclini a seguire la linea americana. Il ministro delle Finanze giapponese, Katsunobu Kato, ha escluso un aumento dei dazi sul petrolio russo importato da Cina e India. “Il Giappone si è impegnato nell’Organizzazione mondiale del commercio a non superare i limiti tariffari stabiliti e a trattare equamente i Paesi membri”, ha chiarito, ricordando che Tokyo considera vitale il progetto “Sakhalin-2” per le proprie forniture di gas naturale liquefatto. 


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Il rifiuto giapponese mette in luce le divisioni tra i partner di Washington, con l’Asia orientale più prudente a non compromettere del tutto le relazioni energetiche con Mosca.
Da parte sua, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha risposto alle aperture americane con una condizione precisa: nessun accordo sarà possibile senza garanzie di sicurezza solide e sottoscritte dagli Stati Uniti e dai partner europei.
Prima di porre fine alla guerra, desidero davvero che tutti gli accordi siano conclusi con il sostegno di Washington e dell’Europa. È fondamentale avere un documento ufficiale con garanzie”, ha dichiarato in un’intervista a Sky News.
Zelensky ha ribadito che l’unico modo per fermare i combattimenti è costruire un sistema di protezioni concrete per l’Ucraina, evitando che eventuali intese con Mosca restino mere dichiarazioni senza valore.
Sul fronte russo, il viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov ha raffreddato le aspettative su una svolta nei rapporti bilaterali. “Non ci sono motivi per escludere gli Stati Uniti dalla lista dei Paesi ostili”, ha dichiarato, definendo “prematuro” parlare di miglioramenti concreti nelle relazioni.
Secondo Ryabkov, nonostante “alcuni segnali di volontà politica”, la situazione resta bloccata: “C’è molta strada da fare tra le intenzioni e i risultati concreti”. 

Zapad 2025 e la guerra sul fronte orientale. Il blocco euroasiatico si compatta

Sullo sfondo del deterioramento del fronte orientale, sempre più aggressivamente militarizzato, si sono svolte le esercitazioni Zapad-2025 che rappresentano la prima grande manovra militare congiunta russo-bielorussa dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022: 100 mila soldati, 10 mila mezzi militari e 41 poligoni, con la partecipazione di reparti delle flotte del Nord e del Baltico, forze aerospaziali e aviotrasportate.
Non sono mancati i test dei piani nucleari che hanno coinvolto anche il missile ipersonico Oreshnik.  Putin ha ribadito che lo scopo è “difendere la sovranità e l’integrità territoriale dello Stato dell’Unione da ogni aggressione”.
A sorpresa, durante le manovre militari, c’era presente anche l’India che ha inviato un contingente militare di 65 soldati. Un gruppo guidato da un battaglione del prestigioso Reggimento Kumaon, una delle unità più rispettate dell'esercito indiano. Di fatto, un nuovo schiaffo all’ordine imperiale occidentale che, per bocca del quotidiano The Times, ha definito la mossa indiana come "l'attraversamento di una linea rossa", soprattutto considerando che le esercitazioni simulavano conflitti con paesi NATO confinanti. 


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A Nuova Delhi non è andata giù l’ondata di minacce dell'amministrazione Trump, che ha imposto tariffe e pressioni economiche sull'India, particolarmente riguardo agli acquisti di petrolio russo (l'India attualmente importa il 35-40% del suo petrolio greggio dalla Russia). 
È evidente che di fronte al clima di guerra contro il resto del mondo, il blocco euroasiatico si compatta sempre più. 
La militarizzazione verso Est dei Paesi Nato, prossimi a dotarsi anche di armi ipersoniche a lungo raggio, mentre stringono accordi bilaterali di tipo militare con Kiev, preoccupano sempre più il Cremlino. 
L’ultima iniziativa, chiamata, Eastern Sentry è stata lanciata dal Segretario Generale NATO Mark Rutte il 12 settembre 2025, progettata per rafforzare la postura dell'Alleanza lungo tutto il fianco orientale. L'operazione coinvolge risorse militari da Danimarca (due F-16 e una fregata), Francia (tre Rafale), Germania (quattro Eurofighter) e Regno Unito, integrando capacità anti-drone avanzate per contrastare le nuove minacce ibride. Un piano dispiegato a seguito dell’incursione di presunti droni russi in territorio polacco il 10 settembre. 
Una lettura dei fatti – rilanciata senza sosta in mondovisione – che si scontra sempre più con le evidenze di un false-flag con dei precedenti fin troppo sospetti. Recentemente l’ex presidente polacco Andrzej Duda ha ricordato l’esplosione a Przewodów del 15 novembre 2022, causata da un missile della difesa aerea ucraina che uccise due polacchi, precisando che, subito dopo, ricevette una telefonata da Volodymyr Zelensky, il quale gli avrebbe chiesto di attribuire la responsabilità a Mosca. Alla domanda se interpretò quella richiesta come un tentativo di trascinare la Polonia in guerra, Duda ha risposto di sì, aggiungendo che l’Ucraina ha cercato fin dall’inizio di coinvolgere altri Paesi nel conflitto contro la Russia. 
Inoltre i droni “Gerber”, incriminati dello sconfinamento, dispongono un’autonomia di circa 700 km, insufficiente a coprire la rotta Russia–Ucraina–Bielorussia–Polonia di oltre 300 km descritta da vari media occidentali. Secondo Kiev, invece, sarebbero stati usati serbatoi supplementari, versione ripresa anche da diversi media europei. Tuttavia la portavoce della Procura distrettuale di Lublino, Jolanta Dębiec, ha dichiarato che un serbatoio aggiuntivo è stato trovato solo in un caso e che non è chiaro se le sue dimensioni fossero anomale, lasciando aperte molte incertezze. 
Ma i guerrafondai europei, continuano a non covare dubbi. 

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