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Dispiegato anche un sottomarino nucleare. La lotta al narcotraffico diventa il pretesto per un cambio di regime funzionale agli interessi geopolitici Usa

Una nuova guerra imperialista mascherata da azione di pace si approssima a colpire il Sud-America.
Tre cacciatorpedinieri Usa si sono avvicinati nelle ultime ore alle coste venezuelane. Si tratta dei destroyer Uss Gravely, Uss Jason Dunham e Uss Sampson accompagnati da oltre 4.000 marines e marinai, aerei da pattugliamento P-8 Poseidon e almeno un sottomarino nucleare d’attacco. Il sistema Aegis di cui sono dotate le navi consente l'utilizzo di 96 missili diversi per unità, mentre i cacciatorpediniere possono trasportare fino a 288 missili Tomahawk. Si tratta del più grande dispiegamento navale USA nei Caraibi dai tempi della Guerra del Golfo del 1991, con un costo stimato di 6 milioni di euro al giorno.
Washington presenta l'operazione come parte della lotta ai cartelli della droga latinoamericani, che l'amministrazione Trump ha recentemente classificato come "organizzazioni terroristiche globali". La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che Trump è "pronto a usare ogni elemento del suo potere per impedire che la droga invada il nostro Paese".
Gli Stati Uniti accusano Nicolás Maduro di essere a capo del "Cartel de los Soles", un'organizzazione criminale radicata nelle forze armate venezuelane e ritenuta responsabile del traffico di cocaina adulterata con fentanyl verso il territorio statunitense. Leavitt ha definito il regime venezuelano non come "un governo legittimo, ma un cartello narco-terrorista".


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Nicolás Maduro © Imagoeconomica


Parallelamente al dispiegamento navale, il Dipartimento di Giustizia ha raddoppiato la taglia su Maduro da 25 a 50 milioni di dollari, la stessa cifra offerta per Osama bin Laden dopo l'11 settembre. La procuratrice generale Pam Bondi ha annunciato che Washington ha sequestrato oltre 700 milioni di dollari in beni collegati al presidente venezuelano.
“Maduro dovrebbe dormire con gli occhi aperti. Qualcuno in Venezuela diventerà presto 50 milioni di dollari più ricco", scrive minacciosamente su X il senatore repubblicano Bernie Moreno.
Dall’altra parte, Maduro ha risposto all'escalation americana con una mobilitazione senza precedenti: oltre 4,5 milioni di miliziani tra riservisti e volontari sono stati chiamati alle armi per "difendere i nostri mari, i nostri cieli e le nostre terre". Il presidente venezuelano ha definito l'iniziativa USA "un'idea bizzarra e strampalata di un impero in declino".
Il governo ha inoltre introdotto misure straordinarie, tra cui il divieto di volo per droni su tutto il territorio nazionale per 30 giorni, il dispiegamento delle forze navali venezuelane nel Mar dei Caraibi e l’attivazione di un "piano speciale" di difesa territoriale.
 

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Bernie Moreno © Gage Skidmore
 

L’alibi del controllo al narcotraffico che nasconde le ambizioni geopolitiche di Washington

Un’escalation che richiama ai tempi dell’operazione Just Cause, quando con un possente schieramento militare venne dispiegato a Panama nel 1989 per deporre Manuel Noriega, curiosamente con un'operazione simile mascherata da lotta al narcotraffico.
Un casus belli che in Sud America non passa mai di moda ma che, alla luce dei fatti storici, difficilmente potrà trarre ancora in inganno.
Noriega, soprannominato "cara de piña" (faccia d’ananas), rappresenta perfettamente l’ambiguità dei rapporti tra Stati Uniti e narcotraffico. Collaboratore della CIA dagli anni ’50, cooperava con la DEA nel contrasto al traffico di droga, ma allo stesso tempo facilitava il riciclaggio di denaro per i cartelli e permetteva ai trafficanti di operare protetti dalle investigazioni dell’agenzia. Il deterioramento dei rapporti iniziò quando Noriega rifiutò di supportare militarmente i Contras del Nicaragua. Il destino infausto di ogni amico di Washington.
I rapporti del governo americano con il narcotraffico sono ormai arcinoti. Con il Plan Colombia, lanciato nel 1999 dal presidente Bill Clinton, Washington stanziò 1,374 miliardi di dollari con il dichiarato obiettivo di combattere il traffico di droga. In realtà, gli stessi analisti e le forze armate colombiane riconobbero che l’operazione fu efficace soprattutto contro la guerriglia e non contro la produzione di cocaina, che passò dai 160.000 ettari coltivati nel 1999 ai 212.000 del 2019.


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Donald Trump © Imagoeconomica


Un’altra vicenda emblematica è l’inchiesta Dark Alliance del giornalista Gary Webb, pubblicata nel 1996, che documentò come la CIA avesse tollerato per oltre un decennio il traffico di cocaina gestito da Danilo Blandón, legato ai Contras nicaraguensi, e dallo spacciatore "Freeway" Ricky Ross, divenuto il "re del crack" a Los Angeles. I proventi di questo commercio sarebbero stati destinati a finanziare la guerriglia antisandinista in Nicaragua. Webb, vincitore di due premi Pulitzer, fu trovato morto nel 2005 con due colpi di pistola al volto, in un caso ufficialmente archiviato come suicidio. In tempi più recenti, un’inchiesta del quotidiano El Universal ha rivelato che tra il 2000 e il 2012 la DEA mantenne un accordo con il Cartello di Sinaloa, consentendo alle sue attività di proseguire indisturbate in cambio di informazioni sui cartelli rivali. Agenti statunitensi avrebbero incontrato più volte i vertici di Sinaloa, violato gli accordi bilaterali senza informare il governo messicano e costruito una rete di informatori all’interno dell’organizzazione criminale.
Parliamoci chiaro. L’imminente operazione “antidroga” venezuelana nasconde obiettivi geopolitici molto più ambiziosi.
Il governo di Nicolás Maduro mantiene legami militari, tecnologici e di intelligence con Russia, Cina e Iran, e da tempo Washington mira a ridurre l’influenza di queste potenze rivali nel proprio “estero vicino” caraibico, attraverso deterrenza militare, coercizione economica e pressioni diplomatiche multilaterali.
Infine, il Venezuela possiede tra le maggiori riserve petrolifere al mondo e questo elemento per la politica estera Usa sarebbe già condizione necessaria e sufficiente per diventare uno Stato canaglia.

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