Pokrovsk sotto assedio, Mosca apre le porte del Donbass
I rapporti tra Washington e Mosca sono definitivamente tornati ai ferri corti. La risposta della Russia all’ultimatum imposto dal presidente Donald Trump non si è fatta attendere. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che il Paese ha “sviluppato un’immunità alle sanzioni” grazie a un adattamento economico costruito nel tempo sotto la pressione di oltre dieci anni di misure occidentali.
“Viviamo da molto tempo sotto un numero enorme di restrizioni. L’economia russa ha imparato a funzionare con questi vincoli, abbiamo già sviluppato una certa resistenza strutturale”, ha detto Peskov, minimizzando le minacce arrivate dal miliardario newyorchese.
Le dichiarazioni del Cremlino arrivano il giorno dopo l’ultima uscita pubblica di Trump, che ha drasticamente ridotto da 50 a 10 giorni il tempo a disposizione di Mosca per accettare un cessate il fuoco in Ucraina. In caso contrario, ha promesso l’introduzione di nuove sanzioni economiche, dazi del 100% e altre misure unilaterali.
Nonostante il tono bellicoso, lo stesso Trump ha ammesso apertamente che queste misure “potrebbero funzionare o meno” e che non è certo che cambieranno la posizione del Cremlino.
“Imporremo dazi e altre misure. Potrebbero avere ripercussioni, oppure no. Putin vuole continuare la guerra, questo è evidente”, ha detto il tycoon, parlando ai giornalisti sull’Air Force One.
Dietro questa retorica si nasconde effettivamente una crescente incertezza. Ex funzionari della sua amministrazione — come John Bolton — hanno definito queste minacce “ridicole” e prive di reale peso strategico. Secondo il New York Times, anche gli investitori internazionali stanno ignorando l’ultimatum, temendo più i danni collaterali alle catene energetiche globali che eventuali effetti deterrenti su Mosca.
L’economia russa, secondo gli analisti, è effettivamente più solida di quanto fosse nel 2022. Mosca ha ampliato le sue riserve valutarie, riconvertito l’export verso mercati alternativi (soprattutto Cina, India e Turchia) e rafforzato l’autosufficienza in settori chiave.
Non è un caso che una delle università statali più prestigiose della capitale abbia recentemente lanciato un master dedicato all’elusione delle sanzioni, a dimostrazione dell’istituzionalizzazione di un’economia “di guerra”.
Tuttavia, alcune vulnerabilità dell’economia russa permangono. Un terzo del bilancio statale dipende ancora dal petrolio e dal gas. Qualsiasi misura che colpisca in modo diretto o indiretto l’export energetico — come dazi secondari contro i Paesi che acquistano petrolio da Mosca — potrebbe ridurre le entrate del Cremlino.
Ma la Russia ora vanta di un alleato dal peso economico considerevole. "La Cina sarà guidata dai propri interessi nella sua politica di sicurezza energetica”, ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Guo Jiakun, commentando le minacce degli Stati Uniti di imporre sanzioni secondarie contro le fonti energetiche russe.
“Pechino adotterà misure ragionevoli di sicurezza energetica basate sui suoi interessi nazionali. Non ci sono vincitori nella guerra dei dazi e la coercizione e la pressione non risolveranno i problemi", ha precisato durante un briefing. 
Donald Trump © Imagoeconomica
Secondo quanto riportato da Reuters, le principali banche russe hanno messo a punto un sofisticato sistema parallelo per aggirare SWIFT e le sanzioni occidentali, noto internamente come “China Track”. Si tratta di un meccanismo riservato, sviluppato in collaborazione con istituzioni cinesi selezionate, che consente transazioni internazionali senza passare dai circuiti tradizionali. Il sistema sfrutta accordi di compensazione con controparti verificate in Cina e permette di effettuare pagamenti “invisibili” all’Occidente grazie a intermediari basati in Paesi considerati “amici” del Cremlino. Le commissioni sono contenute rispetto alle alternative ufficiali e i pagamenti vengono elaborati su base regolare, con l’obiettivo di incrementare ulteriormente la frequenza operativa.
Attualmente, il circuito include tutte le prime venti banche russe e garantisce transazioni verso qualsiasi banca cinese purché le merci coinvolte non siano soggette a sanzioni dirette. Questo sviluppo si inserisce nella più ampia strategia di de-dollarizzazione perseguita dal Cremlino. Come dichiarato da Vladimir Putin, oggi il 95% degli scambi tra Russia e Cina è già regolato in rubli e yuan — un balzo straordinario rispetto al 10% registrato nel 2015. L’introduzione di tariffe al 100%, minacciata da Washington, non farebbe che accelerare questo processo.
In aggiunta, le misure coercitive attuate da Trump avrebbero un impatto immediato anche sui mercati globali e, in ultima analisi, sui consumatori americani. Un’escalation commerciale con Cina, India e Turchia rischierebbe di far impennare i prezzi del petrolio, contraddicendo le stesse promesse elettorali di Trump di “tagliare l’inflazione”.
Intanto Matt Duss, vicepresidente del Center for International Policy, certifica e glorifica l’istrionica metamorfosi del miliardario un tempo pacificatore, ora tornato sulla retta via dei voleri del complesso militare industriale.
“Trump aveva troppa fiducia nella sua capacità di chiudere accordi. Ora la realtà lo sta colpendo: il problema non è Zelensky, è Putin”.
Sono lontani i tempi in cui lo stesso buffone circense accusava il leader ucraino di avere posizioni intransigenti cacciandolo dalla Casa Bianca, sostenendo che Kiev dovrebbe accettare compromessi. Zelensky, invece, ha mantenuto una linea massimalista, rifiutando qualsiasi concessione territoriale e rivendicando il diritto dell’Ucraina a entrare nella NATO. Da non tralasciare che proprio l’ex segretario dell’Alleanza, Jens Stoltenberg ha riconosciuto che l’espansione atlantica ha contribuito allo scoppio del conflitto.
Ora Trump ha sposato bene la sua logica mercantilista con quella dei guerrafondai. Secondo il Wall street Journal il Partito Repubblicano degli Stati Uniti ha avanzato una proposta legislativa innovativa che mira a finanziare la fornitura di armi americane all’Ucraina utilizzando fondi provenienti dagli alleati europei. L’iniziativa, sostenuta dalla Casa Bianca, potrebbe essere inserita già nel prossimo bilancio della difesa nazionale. 
I collaboratori repubblicani affermano di aspettarsi di creare una fonte di finanziamento compresa tra 5 e 8 miliardi di dollari all'anno, con Germania e Gran Bretagna tra i probabili donatori.
"Questo è il modo più rapido per armare l'Ucraina e minimizzare la minaccia strategica e militare che la Russia rappresenta per gli Stati Uniti e la NATO", ha spiegato il senatore Roger Wicker.
Pokrovsk sotto assedio: Mosca apre le “porte di Donetsk”
Nel frattempo il fronte orientale ucraino vede un progressivo deterioramento delle difese ucraine. Le truppe russe stanno penetrando in profondità nella città di Pokrovsk, mentre Kiev tenta di mascherare i fallimenti locali e di rilanciare con una nuova controffensiva. Il destino delle cosiddette “porte di Donetsk” sembra appeso a un filo.
Secondo la deputata ucraina Maryana Bezuhla, l’esercito russo è già entrato in città. Le sue parole accusano apertamente il comandante delle forze armate, Oleksandr Syrsky, di tentare di “distrarre” l’opinione pubblica con allarmi su Zaporizhzhia, mentre la situazione a est peggiora. Le dichiarazioni trovano conferma anche nei report del giornalista Yuriy Kotenok, secondo cui i gruppi d’assalto russi stanno avanzando con tecniche d’infiltrazione: piccoli nuclei da 2-3 uomini penetrano tra le linee difensive ucraine, eludendo gli scontri diretti e aprendo varchi nella struttura difensiva.
Ora le forze di Kiev resistono in due aree chiave della città: il centro e il distretto minerario, ma la pressione si fa incalzante. L’artiglieria russa e i droni kamikaze colpiscono sistematicamente i nodi logistici ucraini, ostacolando l’arrivo di rinforzi e impedendo ogni tentativo di controffensiva efficace. Le rotte di rifornimento da Dobropillia e Sviatohorivka verso Vodyanske sono sotto costante fuoco, mentre le truppe di Kiev vengono spinte verso le miniere tra Novoekymivka e Myrnohrad, perdendo spazio di manovra.
Pokrovsk rischia di diventare un’altra Selidovo. L’avanzata metodica delle truppe di Mosca punta ad accerchiare la città e soffocare le forze ucraine in una morsa logistica.
Nonostante le difficoltà sul campo, secondo l’esperto militare Vladislav Shurygin, il generale Syrsky starebbe completando la formazione di un nuovo gruppo d’attacco da oltre 20.000 uomini, pronto ad agire entro il 1° agosto. Otto brigate selezionate, composte da paracadutisti, ranger, truppe da montagna e forze speciali, saranno affiancate da decine di unità di droni d’attacco. Tuttavia si tratta di uno sforzo dal costo tutt’altro che indolore: le brigate ordinarie che tengono il fronte vengono rinforzate solo marginalmente, con livelli di effettivi scesi al 35-40%. Tutte le risorse sono concentrate sull’attacco.
Secondo alcuni analisti, questa nuova operazione ucraina potrebbe essere un fattore chiave dietro la decisione di Donald Trump di ridurre drasticamente l’ultimatum a Mosca: Washington punta a un successo militare di Kiev entro l’autunno, prima che il maltempo paralizzi ogni movimento sul terreno.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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