Gaza, mattanza e fame: 30 palestinesi uccisi dalle IDF, cinque morti per malnutrizione
Come un fulmine a ciel sereno l’annuncio impetuoso di Emmanuel Macron sul riconoscimento dello Stato di Palestina, è rimbalzato ieri su tutti i media.
“Farò l’annuncio formale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il prossimo settembre”, ha scritto il capo dell’Eliseo su X e Instagram. Notizia certamente positiva, vista l’ignavia e la compiacenza genocida che governa l’Occidente, ma che difficilmente potrà porre fine al genocidio in corso se non accompagnata da azioni concrete per fermare la macchina da guerra israeliana.
In ogni caso non ci sono velleità umanitarie in ballo, così come nessun moto emotivo solidale con un popolo oppresso. Come sempre è solo una questione di soldi e armi.
La decisione di Macron è strettamente collegata al rafforzamento dell'asse economico Franco-Saudita. Nel dicembre 2024, Francia e Arabia Saudita hanno firmato un accordo di partnership strategica che prevede cooperazione in settori chiave come difesa, transizione energetica, cultura e mobilità. L'Arabia Saudita è diventata il secondo maggiore investitore straniero in Francia, con progetti per oltre 15 miliardi di euro dal 2014.
Gli accordi bilaterali per 2,9 miliardi di euro sono stati siglati nei settori dell'energia pulita, sanità, industria manifatturiera e, ovviamente, nelle industrie della difesa.
La Francia è il terzo esportatore mondiale di armi, e l'Arabia Saudita rappresenta il secondo maggiore cliente dopo l'India. Dal 2015 al 2024, sono stati convalidati oltre 11 miliardi di euro di ordini sauditi, con una media di 1,2 miliardi annui. La Francia ha inoltre venduto 80 caccia Rafale agli Emirati Arabi Uniti per 16 miliardi di euro nel 2021.
Ebbene, Parigi e Riad co-presiedono la "Conferenza internazionale di alto livello per la risoluzione pacifica della questione palestinese", inizialmente prevista per giugno 2025 ma rinviata per le tensioni Iran-Israele.
L’Arabia Saudita ha fatto della questione una priorità strategica fondamentale, come sempre non certamente per motivi umanitarie o ideologiche, ma per ragioni economiche e geopolitiche profondamente interconnesse con i suoi obiettivi di trasformazione nazionale.
Il progetto Vision 2030, lanciato nel 2016 da Mohammed bin Salman, punta a svincolare il Regno dalla dipendenza dal petrolio e a trasformarlo in un hub globale di servizi, tecnologia e turismo. Con investimenti già superiori ai 1.000 miliardi di dollari, questo piano ha bisogno di un contesto pacificato e il conflitto israelo-palestinese resta una delle principali fonti di instabilità e un ostacolo alla piena realizzazione di mega-progetti come NEOM, la città futuristica da 500 miliardi di dollari. 
Basti pensare come quest’anno la ripresa degli attacchi Houthi contro navi mercantili, inclusi l’uso di droni navali esplosivi e missili, ha duramente colpito le rotte marittime strategiche per l’export saudita e il commercio globale. Tra giugno e luglio si sono verificati affondamenti e vittime tra gli equipaggi, con un impatto diretto sulla sicurezza del traffico navale nel Mar Rosso. Un’instabilità che danneggia seriamente la reputazione dell’Arabia Saudita come hub logistico affidabile, aumentando i costi assicurativi e operativi per le compagnie di trasporto, minando di conseguenza, la fiducia degli investitori internazionali.
In questo contesto, la causa palestinese diventa uno strumento geopolitico cruciale. A differenza degli Emirati Arabi Uniti, che hanno già normalizzato i rapporti con Israele attraverso gli Accordi di Abramo, Riad sceglie di usare la questione palestinese come leva per ottenere condizioni migliori, consapevole che la propria leadership religiosa e simbolica nel mondo islamico non può essere compromessa da un accordo con Israele privo di contropartite visibili. Il Regno fonda infatti parte della sua legittimità sul ruolo di “Custode delle Due Sante Moschee”, una posizione che non solo rafforza la sua influenza religiosa su 1,8 miliardi di musulmani, ma genera anche ritorni economici concreti, dal turismo religioso agli investimenti nei paesi a maggioranza islamica. Sostenere i palestinesi rafforza questa immagine di guida del mondo musulmano, mentre un avvicinamento unilaterale a Israele rischierebbe di minarla.
Ma anche Macron ha bisogno di un Medio Oriente pacificato per concentrare le limitate risorse militari e diplomatiche francesi sul fronte europeo, in particolare contro la Russia. La Francia non è strutturata per sostenere impegni simultanei su più teatri: le sue forze armate, ridimensionate negli ultimi decenni, non reggerebbero un nuovo coinvolgimento mediorientale. Il ritiro forzato dall’Africa ha già mostrato i limiti operativi. Inoltre, l’instabilità in Medio Oriente comporta costi indiretti in termini di sicurezza interna, migrazioni e operazioni navali.
Il collasso della presenza militare francese in Africa dimostra plasticamente i limiti delle risorse disponibili. Parigi negli ultimi ha perso le basi in Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad, Senegal e Costa d'Avorio.
Il capo dell’Eliseo sta ora guidando la creazione di una "forza di rassicurazione" franco-britannica per l'Ucraina post-conflitto, che richiederà un impegno militare significativo e duraturo su cui concentrare tutto l’apparato militare della nazione.
Ovviamente influisce anche la questione politica. Con le elezioni presidenziali del 2027 all'orizzonte, Macron deve considerare l'evolving panorama elettorale francese. Il voto musulmano è in crescita: nel 2022 Jean-Luc Mélenchon ha ottenuto il 69% dei voti degli elettori musulmani e il riconoscimento della Palestina può essere interpretato come un tentativo di corteggiare questo elettorato crescente. 
Gaza, mattanza e fame: 30 palestinesi uccisi dalle IDF, cinque morti per malnutrizione
Nel frattempo a Gaza continua il massacro senza fine. Almeno 30 palestinesi sono stati uccisi all’alba di oggi dalle forze armate israeliane nella Striscia di Gaza, secondo quanto riportato da Al Jazeera, che cita fonti ospedaliere. Tra le vittime, 14 persone sarebbero state colpite mentre tentavano di ottenere aiuti umanitari. Il bilancio della guerra, aggiornato dal ministero della Sanità di Gaza, parla ora di 59.733 morti e 144.477 feriti dall’inizio dell’offensiva, con 57 uccisi e 512 feriti nelle ultime 24 ore.
Ma alla pioggia di fuoco si aggiunge l’arma più atroce e insidiosa che Israele sta usando contro la popolazione di Gaza: la fame. Nelle ultime 24 ore almeno cinque persone sono morte di malnutrizione, tra cui almeno due neonati. Un neonato di soli sette giorni è deceduto per mancanza di latte, mentre Israele continua a impedire l’ingresso della maggior parte degli aiuti nella Striscia.
A questo proposito, l’ufficio stampa del governo di Gaza ha annunciato che almeno 100.000 bambini sotto i due anni, tra cui 40.000 neonati, rischiano di morire nei prossimi giorni per assenza totale di latte artificiale e integratori alimentari. “Siamo di fronte a un'uccisione di massa prevista e deliberata – si legge nella nota – perpetrata contro neonati che vengono nutriti con acqua, mentre le frontiere restano chiuse e gli aiuti bloccati”.
Nick Maynard, chirurgo britannico che ha lavorato a Gaza, ha denunciato in un’intervista ad Al Jazeera che le autorità israeliane hanno sequestrato aiuti medici e latte artificiale destinati ai neonati. “Conosco colleghi americani che sono venuti a Gaza con cartoni di latte in polvere e se li sono visti confiscare dalle guardie israeliane al confine. Non è stato un caso isolato. Era deliberato”, ha affermato Maynard. La sua testimonianza descrive un contesto di “malnutrizione spaventosa nei neonati, nei bambini e negli adulti”.
Intanto, un’inchiesta del New York Times mette in discussione la giustificazione principale utilizzata da Israele per la creazione della “Gaza Humanitarian Foundation”: non ci sarebbero prove che Hamas rubi regolarmente gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite. Secondo due alti funzionari militari israeliani e altre fonti, il sistema di distribuzione dell’ONU è affidabile. L’Usaid, in un’analisi pubblicata ieri, ha confermato che gli aiuti finanziati dagli Stati Uniti non risultano essere stati sistematicamente saccheggiati.
Nel frattempo, le operazioni israeliane proseguono anche nella Cisgiordania occupata. Le forze israeliane hanno preso d’assalto la città di Qalqilya, lanciando gas lacrimogeni per le strade.
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