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Mentre Trump si defila e l’Occidente accelera sul riarmo il filosofo di Putin lancia un messaggio glaciale: la pace è finita. L’Europa? “Pronta all’Armageddon” 

Ieri, senza troppo rumore, si è concluso il terzo round dei negoziati di Istanbul. Ambe le delegazioni hanno parlato di progressi con laconici discorsi di facciata che nascondono un clima ben più desolante e funereo che aleggiava nel Çırağan Palace.
Al termine dei colloqui, durati meno di un’ora, entrambe le parti si sono impegnate a un nuovo scambio di almeno 1.200 prigionieri di guerra e a valutare brevi cessate il fuoco, della durata di 24 o 48 ore, per permettere il recupero di feriti e caduti. Le distanze negoziali per una fine delle ostilità sono rimaste abissali e incolmabili.
“Questa volta le informazioni erano scarse e fredde, come se si trattasse di una routine che ovviamente non poteva portare a nulla. I primi round erano esattamente dello stesso significato, ma causarono un fremito nervoso nella società russa: i patrioti avevano una paura mortale del tradimento, e i liberali nascosti e gli occidentali tra l'élite lo desideravano ardentemente. Ed era impossibile nascondere questo fremito. Ora tutti capivano che non ci sarebbe stato alcun tradimento, e il resto non interessava a nessuno”, ha scritto su Ria Novosti, il politologo russo Alexander Dugin, spesso descritto come "il cervello di Putin", "il Rasputin del Cremlino" o "l'ideologo di Putin".
Secondo Dugin, il mutato clima mediatico e politico intorno ai negoziati sarebbe un chiaro indicatore della fase in cui è entrato il conflitto. La rassegnazione a un processo senza sbocchi, l’assenza di suspense attorno al “fattore Trump” e la consapevolezza che l’Ucraina non si arrenderà, rendono – a suo dire – superflua ogni speranza negoziale. 

La caduta dell’abbaglio “pacifista” di Donald Trump

È in particolare sul tycoon americano l’autore russo prende atto dell’ormai tradita illusione, ampiamente coltivata nei primi mesi della guerra, che potesse essere l’elemento di rottura: "Ci aspettavamo una sua irruzione teatrale, un attacco contro Zelensky o un elogio a Putin. Invece ha solo gridato contro tutti e continuato a occuparsi dei suoi affari, da Epstein ad Obama". 
Secondo Dugin, il presidente USA ha dimostrato di essere tanto imprevedibile quanto ininfluente: "Non farà nulla di particolarmente buono né di particolarmente cattivo. Quindi, fine del miracolo". 


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Donald Trump © Imagoeconomica
 

Trump aveva promesso di poter fermare la guerra in Ucraina “in 24 ore”, vantando un’abilità negoziale senza pari e legami personali con Putin e Zelensky. Ma il tempo ha svuotato quella promessa, trasformandola in un mantra elettorale senza seguito. A maggio 2025, la sua amministrazione ha formalizzato il disimpegno: gli Stati Uniti si sono ritirati dal ruolo di mediatori diretti nei negoziati, pur dichiarando di “restare impegnati” a sostenere gli sforzi diplomatici. Una svolta che ha rotto le attese in colui che nei primi mesi del suo mandato aveva lodato la disponibilità della Russia al dialogo e attaccato duramente Zelensky, colpevole – a suo dire – di ostinarsi su posizioni intransigenti.
Il presidente ucraino, infatti, ha continuato a difendere una linea che Trump considerava irrealistica: cessate il fuoco immediato, nessun riconoscimento delle annessioni russe, e soprattutto, nessuna rinuncia alla prospettiva di ingresso nella NATO. Zelensky stesso, in un’intervista a Le Parisien, ha ammesso che l’Ucraina non ha la forza militare per riprendersi Donbass e Crimea, ma che la speranza resta ancorata all’escalation o alla pressione diplomatica internazionale. Posizioni che ignorano, in ogni caso, le radici stesse della guerra: è stato proprio il rifiuto occidentale di trattare sulla fine dell'espansione dell’Alleanza a spingere Putin all’attacco, come ha riconosciuto anche l’ex segretario generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg. Di fronte a questo scenario, lo “show” promesso da Trump si è sgonfiato. Niente miracolo, niente pace lampo. Solo una ritirata silenziosa sotto i riflettori spenti. 

“L’Ucraina non è pronta. L’Europa sì: all’Armageddon. Come il continente si prepara alla guerra su tutti i fronti”

Nei passaggi successivi, Dugin liquida le proteste interne a Kiev come marginali e non rappresentative, sottolineando la fedeltà ancora diffusa al regime di Zelensky. Le strutture anticorruzione come NABU e SAP vengono bollate come “strumenti di Soros”, incapaci di innescare un vero cambio di rotta.
Ben più seria, invece, la minaccia proveniente dal continente europeo: "L’Occidente si sta preparando a colpirci direttamente, senza più maschere." La firma di accordi militari, il rafforzamento dell’ombrello nucleare europeo e la presenza americana nel cuore della Germania non sarebbero che il preludio a un'escalation: "Anche l’apocalisse nucleare è ormai sul tavolo." Dugin chiama alla mobilitazione: “Uno Stato di guerra totale”.
È proprio il vecchio continente che si sta pericolosamente preparando alla guerra con una determinazione mai così esplicita dai tempi della Guerra Fredda. Sotto la superficie diplomatica, si sta consolidando una nuova architettura militare occidentale, pensata, non solo per sostenere l’Ucraina o dissuadere Mosca, ma, se necessario, colpire con precisione e rapidità il cuore stesso del dispositivo difensivo russo! 
La prima avvisaglia concreta arriva da Londra e Parigi. Il 10 luglio 2025, Emmanuel Macron e Keir Starmer hanno firmato la Dichiarazione di Northwood, un patto senza precedenti che unifica operativamente i due arsenali nucleari nazionali. Con 515 testate strategiche messe in sinergia e pattuglie coordinate dei sottomarini SSBN – Le Triomphant francesi e Vanguard britannici – il potenziale offensivo delle due potenze viene moltiplicato, rendendo qualsiasi tratto di mare una possibile piattaforma di lancio. 
A rendere ancora più esplicita la nuova postura è il ritorno delle bombe nucleari tattiche statunitensi su suolo britannico. Le B61-12 sono ora immagazzinate a RAF Lakenheath, nel Suffolk, e pronte ad armare gli F-35.  


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Christian Freuding


Ma è la Germania a segnare la svolta più decisamente offensiva e pericolosa. Il generale Christian Freuding, in un’intervista priva di ambiguità, ha evocato attacchi diretti sul territorio russo: aeroporti, industrie belliche, centri logistici. Berlino ha inoltre avviato l’acquisto dei sistemi missilistici statunitensi Typhon, in grado di lanciare Tomahawk e SM-6, e ospiterà entro il 2026 i missili ipersonici Dark Eagle, capaci di raggiungere Mosca in meno di dieci minuti. L’accordo di co-produzione con Kiev su missili a lungo raggio segna, inoltre, un salto strategico: l’Ucraina, da paese assistito, diventa parte integrante del sistema militare europeo.
La punta più acuminata di questa strategia è però rappresentata dal piano svelato il 17 luglio dal generale Christopher Donahue, comandante dell’Esercito USA in Europa e forze terrestri NATO. L’obiettivo: neutralizzare Kaliningrad, la più temuta enclave russa nel continente, saturata di missili Iskander e difese aeree stratificate. “Lo abbiamo già pianificato, possiamo distruggerla da terra più rapidamente di quanto non sia mai stato possibile”, ha dichiarato Donahue, presentando la nuova dottrina della NATO: la Eastern Flank Deterrence Line. 
Questo nuovo fronte tecnologico si regge su sistemi d’intelligenza artificiale, in primis la piattaforma Maven Smart System sviluppata da Palantir, che consente una condivisione istantanea di dati operativi tra gli eserciti alleati. Un “cloud di guerra” che moltiplica la velocità decisionale e riduce il margine d’errore.
Nel complesso, dunque, ciò che emerge non è un semplice rafforzamento difensivo, ma una ristrutturazione bellica dell’Europa, pronta a sostenere un conflitto lungo, ad alta intensità e, se necessario, ad assumere un ruolo offensivo diretto contro la Russia. La guerra non è più un’ipotesi tra i malati di mente nei vertici dell’Alleanza Atlantica; è un’eventualità prevista, studiata, organizzata. 
“Per quanto ancora potremo proclamare ‘Siamo per la pace’? Anche se lo siamo – ma non a ogni costo – loro vogliono la guerra. E non lo nascondono più”, commenta Dugin, lanciando poi un’amara profezia. 
“L'Occidente ha deciso fermamente: se l'Ucraina non riesce a sconfiggere la Russia, allora ci proverà l'Unione Europea, e poi si vedrà. Anche un'apocalisse nucleare è possibile. Lo stato delle società occidentali ha raggiunto un tale grado di degenerazione che il suicidio nucleare non sembra una soluzione così male alle loro menti perverse”, ha aggiunto, spiegando che Mosca deve smettere di vivere in uno stato d’eccezione e abbracciare pienamente il paradigma del conflitto lungo e sistemico. 
I negoziati con Kiev – afferma – sono oggi irrilevanti, strumenti tecnici da lasciare ai sottoposti di Medinsky. L’unico vero atto che resta da compiere è la firma della resa ucraina. E questa, conclude, “potrà avvenire solo davanti a Putin, in un incontro con Zelensky. Un vertice che lo stesso leader ucraino comincia a temere, perché sa che la sua ora si avvicina". 
Il politologo si fa evidentemente interprete di un pensiero che albeggia negli ambienti dell’élite russa. Meglio colpire ora, prima di trovarsi i missili nucleari a 10 minuti da Mosca, pronti a colpire il territorio russo, accompagnati dalle forze nucleari sottomarine. 
Non c’è molto tempo per fermare la catastrofe. 

Foto di copertina © Imagoeconomica

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