Erano in fila per ricevere integratori nutrizionali destinati ai più piccoli, in un punto medico supportato da Project HOPE, organizzazione umanitaria partner dell’UNICEF. Un’attesa che si è trasformata in un massacro disumano e brutale, quando un bombardamento ha dilaniato delle vite già esauste dalla guerra.
Almeno 15 persone, tra cui nove bambini e quattro donne, sono state uccise nell’attacco avvenuto a Deir el-Balah, nel cuore della Striscia.
Si trattava di famiglie affamate, donne esauste, bambini malnutriti. Un bombardamento che ha colpito proprio mentre venivano distribuiti beni essenziali a chi non ha più nulla. Questa è la logica del genocidio pianificato, già testimoniata dall’inchiesta del quotidiano Haaretz che ha intervistato gli stessi soldati dell’Idf.
Il Ministero della Sanità di Gaza ha definito l’attacco “un massacro brutale e orribile che ha preso di mira un punto medico” e ha accusato le forze israeliane di “colpire deliberatamente civili inermi, bambini e donne, in aree densamente popolate, in mercati e nei luoghi di distribuzione degli aiuti”.
L’UNICEF si è detta “inorridita”. In una dichiarazione straziante, la direttrice esecutiva Catherine Russell ha raccontato la storia di Donia, una giovane madre che cercava disperatamente nutrimento per suo figlio Mohammed. Il bimbo di un anno è morto nell’attacco, poche ore dopo aver pronunciato le sue prime parole. Donia, ora ferita in un letto d’ospedale, stringe la scarpetta insanguinata del figlio. “Nessun genitore dovrebbe affrontare una simile tragedia”, ha detto Russell.
L’episodio non è isolato. Gli attacchi contro civili in attesa di aiuti si stanno moltiplicando, diventando una tragica costante del conflitto. Centinaia di palestinesi sono già morti in circostanze simili solo nelle ultime settimane. In questo contesto, le parole dei leader umanitari suonano sempre più allarmate.
Tamara Alrifai, portavoce dell’UNRWA, ha denunciato duramente il piano israeliano di creare una cosiddetta “città umanitaria” a sud della Striscia. “Chiamarla così è un insulto ai principi umanitari. Ciò che si sta progettando è in realtà un campo di concentramento di massa, un gigantesco recinto di contenimento al confine con l’Egitto”, ha affermato. “Non possiamo restare in silenzio e renderci complici di uno sfollamento forzato su larga scala". 
Le organizzazioni umanitarie lamentano da mesi l’accesso limitato, gli aiuti insufficienti, e soprattutto la mancanza di volontà politica da parte delle parti in conflitto nel proteggere i civili. Mentre la fame continua a dilagare, l’infrastruttura sanitaria è al collasso, e i pochi corridoi umanitari vengono regolarmente colpiti, l’orrore di Gaza diventa sempre più indicibile.
Quella di Deir el-Balah non è stata solo una strage di innocenti, ma la distruzione simbolica dell’ultimo brandello di speranza per chi, anche sotto le bombe, aspettava un pacco di cibo per salvare il proprio bambino.
Secondo quanto riportato dalle autorità sanitarie locali, il bilancio complessivo delle ultime 24 ore si aggrava ulteriormente: 82 palestinesi uccisi, 247 i feriti.
Netanyahu vuole la fine di Hamas o il genocidio continuerà
Nel frattempo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ancora in visita a Washington, ha dichiarato che Israele è disposto ad accettare un cessate il fuoco temporaneo di 60 giorni nella Striscia di Gaza, ma ha vincolato la fine della guerra alla resa incondizionata.
“Hamas depone le armi, Gaza viene smilitarizzata, Hamas non ha più alcuna capacità governativa o militare. Queste sono le nostre condizioni di base", ha affermato, avvertendo che se questi obiettivi non vengono raggiunti attraverso i negoziati in 60 giorni, "li raggiungeremo in altri modi; usando la forza, la forza del nostro eroico esercito".
L’ultimo ultimatum prima di trasformare Gaza City nel tanto ambito grande villaggio vacanze ambito da Trump?
In ogni caso le parole di Netanyahu hanno generato dure reazioni da parte di Hamas, che ha definito le dichiarazioni del premier israeliano la prova delle sue “cattive intenzioni”. In un comunicato diffuso nelle ultime ore, il gruppo ha accusato il primo ministro di sabotare deliberatamente ogni possibilità di accordo che porti al rilascio dei prigionieri israeliani detenuti a Gaza. 
Benjamin Netanyahu
“Questi commenti confermano che Netanyahu non vuole la fine del conflitto, ma la sua prosecuzione. Sta ostacolando ogni tentativo di cessazione dell’aggressione contro il nostro popolo”, si legge nella nota.
Hamas ha inoltre ricordato che, in passato, aveva proposto un “accordo globale di scambio” in cui tutti i prigionieri sarebbero stati rilasciati simultaneamente, in cambio della cessazione permanente delle ostilità, il ritiro totale delle truppe israeliane dalla Striscia e il libero ingresso degli aiuti umanitari.
“Netanyahu rifiutò questa offerta – accusa Hamas – e continua a creare ostacoli per impedire qualsiasi soluzione politica”.
Mentre a livello internazionale crescono le pressioni per un cessate il fuoco duraturo e per l’inizio di negoziati seri, le posizioni sul campo restano radicalmente distanti. Israele vuole la resa incondizionata di Hamas. Hamas pretende il ritiro dell’occupazione e la fine dell’assedio. Nel mezzo, milioni di civili palestinesi, stremati dalla guerra, dalla fame e dalle bombe.
La finestra di tregua proposta da Israele, lungi dal rappresentare un vero percorso verso la pace, sembra piuttosto un intervallo strategico in vista di una nuova fase di conflitto. E se le “condizioni minime” di Netanyahu sono il punto di partenza, l’orizzonte di una soluzione politica appare più lontano che mai.
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