Un’Europa che ha deciso di investire tutto il suo futuro nella guerra. È questo il quadro drammatico evocato dall’ex ambasciatrice Elena Basile, intervenuta nella trasmissione Battitori Liberi su Radio Cusano Campus.
Ci sono diversi opinionisti che si affannano a sostenere che la decisione del governo Meloni di portare le spese militari al 5% del Pil entro il 2035, non avrà impatto sulle spese per scuola e sanità.
“È impossibile, perché l’Italia semplicemente non ha questi soldi”, esordisce l’ex diplomatica, evidenziando un dato che, al di là della propaganda di regime, è espresso nei freddi dati economici.
Portare al 5% la spesa per la difesa significherebbe spendere 110 miliardi l’anno, ovvero 78,7 miliardi in più di quanto spendiamo ora. Con un debito pubblico tra i più alti al mondo, pari a 3.000 miliardi di euro e un deficit del 3% – già oltre il limite del 3% del Patto di stabilità – ci sono limiti strutturali per ulteriori margini di manovre fiscali nel nostro Paese.
Questo senza contare che la storia recente mostra come aumenti della spesa militare siano stati accompagnati da riduzioni in altri settori. Negli ultimi 10 anni, mentre la spesa militare italiana cresceva del 26%, 37 miliardi sono stati sottratti alla sanità, i cui investimenti sono passati dal 7% del PIL nel 2001 al 6,2% nel 2023.
“Mi diverto a parlare coi tassisti e sono stranamente convinti che se veramente le lobby delle armi e della finanza decidono che le guerre dell'Occidente sono fondamentali la Germania si riarma diventa lo Stato con l'esercito più importante d'Europa bene loro non saranno mai costretti o i loro figli ad andare in guerra”, ha poi constatato la Basile, lanciando successivamente un appello alla mobilitazione contro la deriva bellicista imperante che, al contrario, ci consegnerà agli orrori della prima linea.
“Vorrei approfittare di questo momento per dire a tutti coloro che hanno figli e nipoti di non restare così passivi perché se abbiamo miliardi spesi per la guerra alla fine la guerra sarà fatta”.
La storia mostra che le corse agli armamenti diventano economicamente insostenibili, spingendo i paesi verso soluzioni militari. L'economista John Kenneth Galbraith ha precedentemente evidenziato come il "complesso militare-industriale" crei interessi economici strutturali nel mantenimento delle tensioni. Le aziende della difesa, i loro azionisti e i lavoratori dipendenti hanno incentivi economici diretti nella perpetuazione delle corse agli armamenti.
Una dinamica perversa che viene riassunta in tre fasi. Il peso fiscale del riarmo genera tensioni sociali interne; la riduzione degli investimenti civili diminuisce le opportunità economiche alternative e, infine, l'indebitamento per sostenere la spesa militare crea pressioni per "recuperare l'investimento".
Una volta investite somme massicce in armamenti, i paesi subiscono la "fallacia dei costi irrecuperabili": l'investimento deve essere "giustificato" attraverso l'uso.
Questo crea un circolo vizioso: il riarmo genera profitti che finanziano lobby per maggiore riarmo, indipendentemente dalle reali necessità di sicurezza
In questo senso l’Ucraina, fin quando esisterà, rappresenta un campo di battaglia irrinunciabile per tentare di recuperare gli oneri finanziari, con la speranza di portare la Russia ad una sconfitta strategica, ovviamente consegnando al martirio le generazioni più giovani.
“La guerra è sempre stata utilizzata per risollevare l'economia, ma l'economia di chi? Non l'economia per i nostri figli, istruzione, infrastrutture, sanità, lavoro… La guerra fa alzare i tassi di interesse e porta profitti enormi. Seguite i profitti di Leonardo per parlare di un’impresa italiana, ma ci sono quelle americane che ne fanno il doppio di profitti. Se guardiamo alle borse la finanza con le guerre guadagna”, ha concluso l’ex ambasciatrice.
Foto © Paolo Bassani
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