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Mentre a Riad le delegazioni di Russia e Stati Uniti hanno raggiunto un importante accordo per una tregua sul Mar Nero e segnato un primo traguardo diretto a una conclusione del conflitto, da Kiev partono nuovi appelli volti a trascinare ancora la carneficina a tempo indeterminato. Ma questa volta, saranno gli europei a doversi sacrificare.
“L'Ucraina ha bisogno di soldati europei ‘pronti a combattere’ sul suo territorio dopo la guerra e non di una forza di pace”, ha dichiarato all’AFP, Igor Jovkva, consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, uno dei partecipanti ai negoziati per un cessate il fuoco con la Russia.
"Non è la quantità che conta (...). È anche la loro disponibilità a combattere, a difendersi, a essere equipaggiati e a capire che l'Ucraina è una parte imprescindibile della sicurezza europea. Non abbiamo bisogno di missioni di mantenimento della pace”, ha spiegato, aggiungendo che “ogni soldato deve essere pronto a essere coinvolto in un combattimento reale. Questo è ciò che gli ucraini fanno da tre anni, se non di più. Se sei un soldato, sei pronto a partecipare al combattimento”, ha aggiunto.
Dichiarazioni che anticipano pericolosamente il nuovo vertice a Parigi della “coalizione di volontari” che, secondo una fonte diplomatica, riunirà più di venti paesi dell'Unione Europea e della NATO, tra cui Gran Bretagna, Canada, Norvegia e Turchia.
Nel merito, Vadym Halaychuk, membro del partito Servitore del popolo, ha parlato della necessità di costruire una coalizione “molto forte” che si concretizzi con “stivali sul terreno e aerei nei cieli”.
Se ciò si realizzerà, allora si saranno fatti passi avanti "ottimi", anche se resterebbero poi da discutere altri dettagli, precisa Halaychuk. "Quindi, secondo noi, questa è la priorità della Coalizione: costruire una difesa antiaerea molto forte ed essere pronta a schierare truppe: quante, in quali luoghi, da quando, come esattamente qualsiasi altro accordo che ne seguirebbe, sono questioni per ulteriori discussioni", ha spieagato il deputato.
Al vertice di domani sarà presente anche Zelensky, che è già arrivato nella capitale francese per incontrarsi con Emmanuel Macron e discutere di un'intensificazione delle attività diplomatiche volte a fermare l'invasione russa. 

Per l’Europa l’obiettivo è ancora l’integrità territoriale di Kiev

Per l’Unione Europea la revoca delle sanzioni ha come precondizione “il ritiro delle truppe russe” dall’Ucraina. "La fine dell'aggressione russa, ingiustificata e non provocata, in Ucraina e il ritiro incondizionato di tutte le forze militari russe dall'intero territorio ucraino sarebbero una delle principali precondizioni per una modifica o revoca delle sanzioni", ha sottolineato un portavoce della Commissione, evidenziando come i leader europei siano ormai completamente persi in un autodistruttivo delirio di onnipotenza fuori controllo. Ne dà prova anche il primo ministro inglese Keir Starmer, secondo cui qualsiasi accordo di pace in Ucraina deve prevedere che “la Russia sia chiamata a rispondere per le riprovevoli azioni” commesse in tre anni di guerra.
Una posizione di forza auspicata che nei fatti è pura fantasia. Lo stesso segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha ammesso che Kiev non è in grado di negoziare da una condizione favorevole e Mosca produce in 3 mesi quanto l’intera Alleanza produce in un anno.
Al contempo, il rapporto dell'intelligence USA presentato al Congresso dalla direttrice Tulsi Gabbard evidenzia la sconfitta strategica subita dalla NATO in Ucraina. Secondo il documento, Mosca ha rafforzato la sua posizione militare, imparato a contrastare le armi occidentali e sviluppato capacità di attacco a lungo raggio. Nonostante le sanzioni, l'economia russa resiste grazie alla sostituzione delle importazioni, il basso debito pubblico e la collaborazione con la Cina. Il rapporto conclude inoltre che la Russia sta spingendo per un accordo favorevole, mentre l'Occidente deve ripensare la sua strategia.

L’Ue vara un piano per prepararsi alla crisi: scorte per 72 ore

Si palesa in maniera sempre più orrorifica il futuro che i nostri leader europei ci stanno ponendo innanzi da qui ai prossimi 5 anni. Il tutto condito con il programma “Rearm Europe” da 800 miliardi di euro e dal libro bianco della Difesa che punta alla piena prontezza delle forze armate del continente entro il 2030.
Ora la Commissione europea e l'Alta rappresentante dell'Ue per la Politica estera Kaja Kallas, hanno lanciato la strategia per la preparazione dell'Unione, volta a rafforzare la capacità di prevenire e rispondere alle minacce emergenti.
“L'Ue deve essere pronta a proteggere i propri cittadini e le funzioni sociali essenziali per la democrazia e la vita quotidiana", afferma l'esecutivo europeo che definisce una strategia composta da 30 azioni chiave, tra cui figurano la predisposizione di una cultura della "preparazione integrata".
"Le nuove realtà richiedono un nuovo livello di preparazione in Europa. I nostri cittadini, i nostri Stati membri e le nostre imprese hanno bisogno degli strumenti giusti per prevenire le crisi e reagire rapidamente quando si verifica un disastro. Le famiglie che vivono in zone soggette a inondazioni devono sapere cosa fare quando l'acqua sale. I sistemi di allerta precoce possono evitare che le regioni colpite dagli incendi perdano tempo prezioso. L'Europa è pronta a sostenere gli Stati membri e i partner fidati nella nostra vicinanza per salvare vite e mezzi di sussistenza", ha affermato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Ma non sono solo le calamità naturali ad essere al centro della questione. “Si intende anche promuovere la preparazione della popolazione, incoraggiando i cittadini ad adottare misure pratiche, come mantenere scorte essenziali per almeno 72 ore in caso di emergenza, integrando le lezioni sulla preparazione nei programmi scolastici e introducendo una giornata europea della preparazione”.
Di fatto una cultura del terrore nei confronti del nemico che renda accettabile per la popolazione il riarmo e la futura guerra che ci attende.
“Per migliorare il coordinamento della risposta alle crisi – continua il documento – si propone di creare un hub di crisi dell'Ue per migliorare l'integrazione tra le strutture di gestione delle crisi già esistenti nell'Unione. Si propone di rafforzare la cooperazione civile-militare, organizzando esercitazioni di preparazione su scala Ue e coinvolgendo forze armate, protezione civile, polizia, sicurezza, operatori sanitari e vigili del fuoco, facilitando, inoltre, investimenti a duplice uso civile e militare.
Si lavorerà, inoltre, “all'aumento della cooperazione pubblico-privato, con la creazione di una task force di preparazione pubblico-privato e la formulazione protocolli di emergenza con le imprese per garantire la rapida disponibilità di materiali essenziali, beni e servizi, e proteggere le linee di produzione critiche”. Infine, “per migliorare la cooperazione con i partner esterni, si propone di collaborare con partner strategici come la Nato su mobilità militare, sicurezza climatica, tecnologie emergenti, cybersicurezza, spazio e industria della difesa”.
Tutto ciò che riguarda la nostra quotidianità è ormai un campo di battaglia, secondo la commissaria europea alla Preparazione per le crisi Hadja Lahbib, spiegando che l'Ue ha due modi per rispondere. “Possiamo nascondere la testa sotto la sabbia e agire come se nulla stesse accadendo. Oppure, possiamo guardare queste minacce negli occhi, senza paura, e dire che questa è la realtà che affrontiamo e che ci prepareremo", ha detto durante una conferenza stampa a Bruxelles.

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