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Rial in caduta libera dopo le sanzioni: ora Washington vuole sfruttare l’occasione per un regime change e prendersi gli asset del Paese

Da giorni a Washington si sta ventilando una possibile nuova offensiva contro l’acerrimo nemico persiano che ora si mostra più debole e ferito di qualche mese fa.

L'Iran è investito da un'ondata di proteste che hanno scosso le fondamenta della Repubblica Islamica. Il 28 dicembre, i commercianti del celebre Gran Bazar di Teheran hanno iniziato uno sciopero che si è rapidamente esteso a oltre 32 città iraniane, coinvolgendo studenti universitari e diverse categorie sociali. Nel giro di cinque giorni, le manifestazioni hanno causato almeno sei morti negli scontri con le forze di sicurezza e 119 arresti.
In assenza di un leader evidente, una parte dei manifestanti, ha iniziato a lanciare slogan a sostegno del ripristino del regime monarchico della dinastia Pahlavi, gridando "Sayyid Ali deve essere rovesciato" e "Morte a Khamenei". A sua volta, il principe ereditario della dinastia Reza Pahlavi, che si trova negli Stati Uniti, ha dichiarato che in Iran sta sorgendo una nuova era e ha sottolineato che ora gli iraniani stanno lottando per la loro libertà. “L'attuale regime è giunto al termine e si trova nella sua posizione più fragile. È debole, profondamente diviso e incapace di reprimere il coraggio di una nazione in rivolta”, ha scritto il monarca mancato sui social media.

All’origine delle sommesse c’è la crisi economica devastante innescata dalla guerra e dalle sanzioni. Il rial iraniano ha toccato il minimo storico di 1,4 milioni per dollaro sul mercato nero, perdendo circa il 60% del suo valore dalla guerra di 12 giorni con Israele nel giugno. L'inflazione ha raggiunto il 42,2% a livello generale e il 72% per i beni alimentari, erodendo drammaticamente il potere d'acquisto di milioni di cittadini.  Tra i fattori scatenanti non si possono negare le conseguenze della guerra con Israele (inclusi danni alle infrastrutture energetiche e idriche), e la riattivazione delle sanzioni ONU tramite il meccanismo di "snapback" nell'ottobre. Di fatto, il ripristino delle sanzioni pre-accordo nucleare ha reintrodotto restrizioni su petrolio, gas, settore bancario e mercato obbligazionario iraniano, strangolando ulteriormente l'economia della Repubblica Islamica.


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Ebbene, con tempismo perfetto, proprio mentre il Paese iniziava ad infiammarsi, Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si incontrava il 29 dicembre a Mar-a-Lago, in Florida. È in questa occasione che il premier israeliano ha sollevato esplicitamente la possibilità di nuovi attacchi contro l'Iran nel 2026, esprimendo preoccupazioni per la ricostruzione del programma missilistico iraniano e il riarmo di Hezbollah in Libano.
Trump, da parte sua, ha emesso minacce esplicite a Teheran nella successiva conferenza stampa, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero "eradicato" qualsiasi tentativo del Paese di ricostruire il suo programma nucleare o l'arsenale di missili balistici, aggiungendo che la risposta americana "potrebbe essere più potente dell'ultima volta". Il riferimento è all'Operazione Midnight Hammer del giugno scorso, durante la quale sette bombardieri B-2 statunitensi colpirono siti nucleari iraniani, seguiti da una risposta iraniana con lanci di missili contro Tel Aviv.
Tuttavia, nonostante l’impiego di una dozzina di bombe GBU-57 da 13 tonnellate sganciate dai bombardieri sull’impianto di arricchimento del combustibile di Fordow e il complesso di arricchimento di Natanz, secondo una valutazione elaborata dalla Defense Intelligence Agency, i raid “non hanno completamente distrutto le centrifughe e l'uranio altamente arricchito dei siti”.
Solo 48 ore dopo l'incontro con Netanyahu, Trump ha intensificato ulteriormente la retorica. Il 1° gennaio, in risposta alle prime vittime delle proteste, un post pubblicato sulla sua piattaforma social personale, ha ammonito che se l'Iran "spara e uccide violentemente manifestanti pacifici", gli Stati Uniti "interverranno in loro soccorso", aggiungendo che Washington era "carica e pronta a partire".

La dichiarazione è stata subito interpretata a Teheran come una minaccia esplicita di ingerenza negli affari interni del Paese.
Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha liquidato le parole di Trump come un palese pretesto per interferire, esortando gli osservatori a considerare invece decenni di azioni ostili degli Stati Uniti nei confronti dell'Iran.
 In una dichiarazione e in post sui social media, ha ripercorso una serie di interventi e rimostranze statunitensi nella storia moderna del Paese, tra cui il colpo di stato orchestrato dalla CIA del 1953 che rovesciò il Primo Ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadegh e l'abbattimento di un aereo di linea civile iraniano nel 1988 con la perdita di centinaia di vite innocenti e il pieno sostegno degli Stati Uniti a Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq.

“L'ingerenza degli Stati Uniti negli affari interni dell'Iran equivale a destabilizzare l'intero Medio Oriente e porterà alla distruzione degli interessi di Washington nella regione”, ha risposto il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani, specificando che Trump dovrebbe sapere come “l'ingerenza americana in questa questione interna equivale al caos in tutta la regione e alla distruzione degli interessi americani".
 

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L’offensiva contro le navi iraniane che piace ai grandi fondi d’investimento

Ovviamente, come sempre, ogni escalation nasconde una ragion di Stato finanziaria e al centro delle contese non è da scartare la questione della flotta ombra iraniana, il cui progressivo sabotaggio fa gola ai grandi fondi d’investimento.

A dicembre, la Guardia Costiera USA aveva sequestrato tre petroliere (Skipper, Centuries, e Bella 1) al largo del Venezuela. Queste navi non trasportavano solo petrolio venezuelano, ma erano parte della "Shadow Fleet" che muoveva anche greggio iraniano e russo.
"Ce la teniamo [la nave]. Forse useremo il petrolio per le Riserve Strategiche. Ci teniamo anche le navi", aveva dichiarato Trump nell’occasione. Per colpire le navi iraniane senza dichiarare formalmente guerra, l'amministrazione sta usando due leve giuridiche astute: molte imbarcazioni della Flotta Fantasma spengono i transponder o usano bandiere false. Se una nave non ha una nazionalità chiara o espone una bandiera falsa (come la Skipper che fingeva di essere della Guyana), il diritto internazionale permette agli USA di abbordarla come "nave senza nazionalità". È un tecnicismo che legittima l'abbordaggio.
Teheran aveva già risposta a questa offensiva: il 24 dicembre, le Guardie Rivoluzionarie (IRGC) avevano sequestrato una petroliera straniera nello Stretto di Hormuz come ritorsione diretta alle azioni USA nei Caraibi.

Se Trump mette fuori gioco 50-100 petroliere della flotta fantasma iraniana, la capacità di trasporto mondiale crolla improvvisamente e le tariffe di noleggio per le navi legali alle stelle perché diventano l'unica opzione sicura. È un profitto basato sulla scarsità artificiale creata dalla Casa Bianca.
Ovviamente "Big Three" dell'asset management globale (BlackRock, Vanguard e State Street) sono i veri padroni del mercato delle VLCC (Very Large Crude Carriers), detenendo quote di controllo significative nelle principali compagnie di navigazione occidentali.
In ogni caso l’opzione più sperata resta sempre un regime change. Se cade la Repubblica Islamica, il nuovo governo dovrà svendere gli asset statali per fare cassa e modernizzare il paese. Anche in questo caso, i Fondi Sovrani e il Private Equity i primi della fila.

La National Iranian Oil Company (NIOC) controlla le 4° riserve di petrolio e le 2° di gas al mondo. Un'apertura agli investitori esteri (modello "Aramco IPO" o concessioni) sarebbe l'opportunità energetica più grande degli ultimi 50 anni.
Avrà successo l’ennesima rivoluzione colorata?

Foto © Imagoeconomica

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