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di Laura Distefano
Il verdetto della Corte d'Assise d'Appello è previsto tra pochi giorni
Catania. Quello dell'omicidio di Gino Ilardo, ammazzato a Catania il 10 maggio 1996 in via Quintino Sella, è più di un caso giudiziario. È un pezzo di storia di Cosa nostra che si intreccia con episodi che sono entrati nel processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-Mafia, a partire dalla mancata cattura nel 1995 a Mezzojuso nel palermitano dell'ormai scomparso boss Bernardo Provenzano. In questi mesi, nell'oblio generale dei mass media, si sono susseguite le udienze del processo di secondo grado davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Catania, presieduta dalla giudice Elisabetta Messina. E tra qualche giorno arriverà il verdetto. Vincenzo Santapaola (figlio di Salvatore), Giuseppe Piddu Madonia, Maurizio Zuccaro e Benedetto Cocimano conosceranno il loro destino processuale. I primi due avrebbero avuto il ruolo di mandante, il terzo la mansione di organizzatore, mentre l'ultimo avrebbe fatto parte del gruppo di fuoco. L'epilogo (di primo grado) è stato il più duro: ergastolo per tutti e quattro i boss di Cosa Nostra. Le due pg Mariella Ledda e Sabrina Gambino hanno sviscerato l'imponente apparato probatorio, replicando nella lunga requisitoria ai punti analizzati dai difensori nei ricorsi. Nodi ripercorsi nuovamente dagli avvocati nelle loro arringhe. I legali hanno evidenziato lacune (anche logiche) nella ricostruzione dei fatti e hanno ribadito l'inattendibilità di alcuni collaboratori. Gino Ilardo è stato ammazzato pochi giorni prima di formalizzare a Roma la sua scelta di diventare collaboratore di giustizia. Ma già da anni operava come "infiltrato" di Cosa nostra. Il vice della famiglia di Caltanissetta (Ilardo era cugino di uno degli imputati, Giuseppe Madonia) era la fonte Oriente, del colonnello (prima della Dia e poi del Ros) Michele Riccio. Da Catania a Palermo, giravano strane voci negli ambienti di Cosa Nostra su Gino Ilardo. Voci che poi si sono rivelate infondate. A lui si attribuiva l'appropriazione dell'ingente estorsione delle Acciaierie Megara e addirittura si muovevano sospetti su un suo coinvolgimento con l'uccisione dell'avvocato Serafino Famà. Quasi una campagna di discredito che sarebbe dovuta servire in un certo modo a motivare la sua condanna a morte, ma dall'altra parte (forse) a nascondere la sua "sbirritudine". Il fatto cioè che facesse il confidente. Ed era grazie alle sue dichiarazioni che molti boss finivano dietro le sbarre. La Pg Gambino ha ricordato le parole di Natale Di Raimondo, ex boss catanese. "O si è posati, o da Cosa nostra si esce solo con la morte". E per l'uccisione di Ilardo ci sarebbe stata anche una spinta che porta fino a Bernardo Provenzano. Di quel progetto sarebbe stato informato anche Giovanni Brusca che teneva contatti con il boss Aurelio Quattroluni, all'epoca nel triunviarato del potere di Cosa nostra catanese. Il mandante dell'assassinio del piccolo Di Matteo, prima di dare qualsiasi consenso all'uccisione, avrebbe mandato un messaggio a Binnu. E la prova, come ricorda ancora la Pg Gambino, è uno dei pizzini trovati a casa del padrino il giorno del suo arresto. "Un pizzino in cui parla del cugino di Pillo...". Pillo non è altri - secondo la tesi dell'accusa - che Piddu Madonia, imputato e cugino della vittima. Ma poi tutto subisce un'accelerazione improvvisa: Ilardo è crivellato mentre stava rientrando a casa. Mentre moglie e figlia lo aspettano. Di quella fuga in avanti ne parla anche Santo La Causa che in un primo momento è coinvolto nella preparazione dell'agguato, ma poi sarebbe stato estromesso da Maurizio Zuccaro che manda avanti i killer. Bisognava fare presto. Forse qualcuno aveva saputo che Gino Ilardo avrebbe presto collaborato? Interrogativo senza risposta. C'è solo l'ipotesi di uno "spiffero" avanzata dal pentito palermitano Antonino Giuffrè, forse dagli ambienti giudiziari di Caltanissetta, che però non ha mai trovato riscontri. Ancora misteri.

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