A Palermo, al processo trattativa Stato-mafia, attraverso le parole del “pentito” Di Giacomo, torna sulla scena l’episodio del “proiettile di Boboli”.
Un proiettile di artiglieria, lascato ai primi di novembre del 1992 nel giardino di Boboli a Firenze, a fianco della statua di un magistrato, colui che inventò la cauzione, “se fosse stato capito quale messaggio portava con se le stragi del 1993 non ci sarebbero state", come esternato dai Magistrati di Firenze che si sono occupati delle stragi del 1993.
Il “proiettile di Boboli” uno dei messaggi mafiosi più inquietanti prima delle stragi del 1993 insieme ad una latina di liquido infiammabile gettata dentro il museo degli Uffizi, sono sicuramente la chiave di lettura di quella parte di verità che manca per la strage di via dei Georgofili.
La mafia infatti, prima di passare a vie di fatto più drammatiche come l’attentato vicino all’Accademia dei Georgofili, ha provato a mandare messaggi meno invasivi come il “proiettile di Boboli”.
Chi volutamente o meno e per quale motivo non ha “recepito” il linguaggio di “cosa nostra” nel giardino fiorentino, alimentando la rabbia di Riina &C. che volevano abolito il 41 bis e conseguente abolizione dell’ergastolo, fino a far ammazzare i nostri figli?
Possibile che non si trovi il modo di riaprire le indagini sulle stragi del 1993, relative ai “concorrenti della mafia“, quando i punti oscuri sono più dei punti chiariti dai processi di Firenze?
Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili
Ass. Georgofili: ''Trattativa, torna in scena proiettile Boboli''
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