Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

La sua fotografia fu mostrata al padre dell'agente ucciso nel 1989 insieme con la moglie, la polizia cercava così di identificare la persona che si era presentata in casa del poliziotto spacciandosi per collega
di Salvo Palazzolo - 8 aprile 2012

Il 9 agosto 1990, il padre dell'agente Nino Agostino, assassinato con la moglie quasi un anno prima, venne convocato alla squadra mobile di Palermo per visionare sette fotografie. Così, su ordine della Procura, la polizia provava a dare un volto ai due giovani che si erano presentati a casa di Vincenzo Agostino, pochi giorni prima dell'omicidio, chiedendo del figlio e dicendo di essere suoi colleghi.

Fra quelle sette foto, c'era anche quella di Vincenzo Scarantino, il pregiudicato della Guadagna che tre anni dopo sarebbe diventato il falso pentito utilizzato per chiudere l'inchiesta sulla strage Borsellino. Lo dice un verbale, che Repubblica ha ritrovato fra le carte dell'inchiesta Agostino: nel terzo foglio, ci sono due foto segnaletiche di Scarantino; nell'ultimo foglio, le sue generalità, "Scarantino Vincenzo, Palermo 21/10/1965". Davvero curioso, soprattutto perché nel 1990, così come nel 1992, c'era lo stesso investigatore a capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, oggi chiamato in causa dalla Procura di Caltanissetta per aver costruito ad arte il personaggio Scarantino nelle indagini sulla strage di via d'Amelio. Ma perché proprio la foto di Scarantino venne mostrata al padre dell'agente Agostino? Quale pista si voleva suggerire? La Barbera è morto nel 2002, non può fugare i dubbi che continuano a emergere. Adesso, pure sulla gestione del caso Agostino. Sono dubbi che già aleggiavano da tempo: la notte del delitto, scomparvero alcuni appunti dell'agente ucciso, dopo una perquisizione a casa sua fatta da alcuni poliziotti.

E nelle ore successive, una delle sorelle di Nino Agostino fu anche sottoposta a uno strano interrogatorio alla squadra mobile: "Continuavano a chiedermi il nome di un'ex fidanzata di mio fratello", ha raccontato nei mesi scorsi Flora Agostino ai pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, che sono tornati a indagare su questi misteri. "Io dissi, Francesca. Loro mi suggerirono: Lia".

Accaddero davvero tante cose strane attorno alla morte del poliziotto Nino Agostino, che ufficialmente era solo un agente del commissariato San Lorenzo, in servizio alla squadra Volanti. Eppure, già la sera del delitto, un collega di Agostino aveva riferito al capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera una notizia molto precisa: "Nino mi ha confidato che era impegnato con un collega del Nord in servizi molto particolari, per la ricerca dei latitanti Riina e Provenzano". Ma La Barbera non diede alcun seguito a quella rivelazione. E si buttò piuttosto a capofitto in un'indagine che ipotizzava la vendetta di alcuni parenti dell'ex fidanzata di Agostino.

Fu solo un errore di valutazione nelle indagini o alla squadra mobile si stava già costruendo un depistaggio vero e proprio? Quel verbale ritrovato fra le carte dell'inchiesta Agostino getta un'altra ombra inquietante sulle indagini di Arnaldo La Barbera. Dice Vincenzo Agostino: "Ho sempre avuto più di un dubbio sulle ricostruzioni fatte da quel gruppo di lavoro che operava alla squadra mobile. All'epoca, naturalmente, la foto di Scarantino non mi diceva nulla. Adesso, dopo la ricostruzione di Repubblica, ricordo benissimo quel giorno alla Mobile: la mia attenzione si soffermò sulla fotografia di un altro giovane; ma ora ho il sospetto che qualcuno volesse orientare le indagini, facendo saltare fuori il nome di Scarantino, per poi attribuirgli chissà quale ruolo".

In quei mesi convulsi, mentre la squadra mobile accreditava la pista passionale, il giudice Giovanni Falcone confidava invece al superiore di Agostino, il commissario Saverio Montalbano: "Questo omicidioè una cosa contro di me e contro di te". A Montalbano venne assegnata una scorta, un giorno uno dei suoi agenti gli disse: "Dottore, siamo pedinati, ma da colleghi". Ecco la drammatica verità che emerge dal caso Agostino, lo ha detto anche l'unico pentito che ha saputo offrire indicazioni su questa storia misteriosa, Oreste Pagano: "Agostino aveva scoperto le complicità fra alcuni componenti della questura e Cosa nostra".

Tratto da: La Repubblica

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy