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3 aprile 2012
Palermo. A distanza di 24 anni i carabinieri e la Dda di Palermo hanno fatto luce su un omicidio di mafia avvenuto nell'aprile del 1988, arrestando un meccanico di Lercara Friddi (Palermo), Angelo Romano, 57 anni. La vittima, Michele Salvatore Gallina, fu trovato incaprettato e carbonizzato nelle campagne di Vallelunga Pratameno, piccolo centro della provincia nissena. L'uomo, originario di Lercara Friddi (Palermo) e con qualche precedente penale di poco conto, negli anni '60 era emigrato e si era trasferito a Roma, facendo ritorno a casa solo per trovare la madre, anziana e malata. Le indagini hanno permesso di appurare che l'omicidio maturò in ambienti dlela criminalità organizzata e fu deliberato dai reggenti della famiglia di Lercara Friddi, i Lo Cascio, che incaricarono per l'esecuzione i loro uomini più fidati e capaci: Angelo Romano e Lillo Pecoraro (deceduto nel 1996). I due attirarono Gallina con un pretesto in un terreno di proprietà dei Lo Cascio e qui prima lo strangolarono, poi lo finirono con un colpo d'arma da fuoco. Poi lo portarono a Vallelunga Pratameno, nel nisseno, per bruciarlo. La condanna a morte di Gallina fu decretata dai fratelli Leonardo e Vincenzo Lo Cascio, reggenti del clan mafioso di Lercara, perchè l'uomo «dava fastidio» e chiedeva denaro anche ad imprenditori vicini ai corleonesi di Totò Riina. Dopo averlo attirato in una trappola, strangolato e finito con un colpo di pistola, però, Angelo Romano e Lillo Pecoraro, incaricati dell'esecuzione materiale del delitto, compirono un errore imperdonabile. Contravvenendo alle regole imposte da Cosa nostra, però, il commando trasportò il cadavere nel nisseno, dandolo alle fiamme insieme alle carcasse di alcuni pneumatici nel cofano di un'auto rubata, provocando così l'ira del capo della provincia di Caltanissetta «Piddu» Madonia, vice di Totò Riina. Uno sgarbo secondo le regole comportamentali di Cosa nostra da punire con ferocia. Del grave 'incidente diplomaticò si occupò, investito della faccenda direttamente da Totò Riina, il capo del mandamento di Caccamo, Antonino Giuffrè, che riferì gerarchicamente dapprima a Provenzano e successivamente a Riina le ragioni per le quali nessuno, nemmeno il diretto interessato «Piddu» Madonia, fosse stato informato della necessità di uccidere Totò Gallina, bruciandone i resti in un territorio diverso da quello di Lercara Friddi. Per questo motivo i fratelli Lo Cascio e i due esecutori materiale del delitto vennero a loro volta condannati a morte. Del fatto si occupò direttamente il capo del mandamento di Caccamo, Antonino Giuffrè, che venne però arrestato prima di poter organizzare l'assassinio di Romano, nel frattempo fuggito in Belgio. Nel giugno del 1995 i magistrati della Procura di Termini Imerese hanno spiccato nei suoi confronti un ordine di carcerazione per una pena cumulativa di sei anni e mezzo per un omicidio colposo, una ricettazione di assegni rubati e una tentata estorsione nei confronti di un dentista di Mussomeli «reo» di aver aperto uno studio a Lercara Friddi. La latitanza si era conclusa due anni dopo con il suo arresto a Liegi, in Belgio.

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