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30 marzo 2012
Palermo. Nessuna «manovra» dietro l'avvicendamento al Viminale tra Enzo Scotti e Nicola Mancino. Solo ragioni politiche. L'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato sale sul banco dei testi del processo per favoreggiamento alla mafia al generale dei carabinieri Mario Mori e nega che la sostituzione del democristiano Scotti col collega di partito Mancino alla guida del ministero dell'Interno, da lui disposta a giugno del 1992, quando ebbe l'incarico di premier, fosse dettata da motivi diversi da quelli politici. «Come era prassi allora - ha spiegato - i ministri li decidevano i partiti. Il segretario della Dc Forlani mi diede una lista di nomi con le relative collocazioni nel governo. So che la decisione di nominare Mancino al Viminale nacque dall'esigenza di trovargli una collocazione visto che il suo posto a capo dei senatori dc doveva andare ad Antonio Gava che, a causa di una malattia, doveva avere un ruolo compatibile con le sue condizioni di salute e non poteva certo fare il ministro». Una sorta di movimento a catena che implicò che Gava prendesse il posto di Mancino a Palazzo Madama, Mancino andasse all'Interno e Scotti agli Esteri. «Mentre su altri nomi mi posi problemi - ha proseguito - visto che eravamo in era Tangentopoli e volevo evitare che i miei ministri potessero essere raggiunti da iniziative giudiziari, su Scotti e Mancino non dissi nulla. Mancino aveva esperienza di diritto pubblico interno e Scotti era molto versatile e si poteva utilizzare tranquillamente in diversi ruoli ministeriali». Quanto ai malumori che Scotti avrebbe espresso per la sua sostituzione al Viminale, legata, secondo l'accusa all'esigenza di «eliminare» dal delicato ruolo di ministro dell'Interno un politico che aveva mostrato il pugno duro contro Cosa nostra, Amato ha negato di avere mai raccolto lo sfogo o il malcontento del suo ministro degli Esteri e di avere, anzi, appreso con sorpresa, poi, delle sue dimissioni «legate - ha detto amato - al fatto che la Dc decise l'incompatibilita» tra il ruolo di ministro e quello di parlamentare«.

ANSA


Giuliano Amato: "mai saputo di trattativa"

30 marzo 2012
Palermo. «Mai saputo di trattativa tra Stato e mafia». È netto l'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato, alla guida di Palazzo Chigi dopo la strage di Capaci, quando, secondo la procura di Palermo, pezzi delle istituzioni, con in testa l'allora colonnello del Ros Mario Mori, avrebbero gettato le basi per un dialogo con Cosa nostra. Amato è stato citato dalla difesa di Mori, sotto processo per favoreggiamento alla mafia. Rispondendo alle domande del legale del militare, l'avvocato Basilio Milio, l'ex presidente ha smentito di avere mai saputo della trattativa. «Ne ho letto sui giornali - ha detto - E comunque non so se perche» non è esistita o se perche« tutti sapevano che era una pessima idea venire a parlarne a me». L'ex presidente ha ribadito la sua convinzione che sul carcere duro occorresse non cedere, tesi, a suo dire, condivisa dall'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro. Il teste ha poi sostenuto di avere saputo da Fernanda Contri, all'epoca segretario generale della Presidenza del Consiglio, dei contatti che Mori aveva instaurato con l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. «Fu lei, dopo la morte di Borsellino - ha spiegato - a chiedere a Mori lo stato delle indagini e Mori le disse che riteneva utile stabilire contatti con Ciancimino visto il suo ruolo in Cosa nostra». Amato, però, non è riuscito a rammentare se il suo ricordo sulle rivelazioni della Contri sia stato sollecitato da recenti incontri con l'ex magistrato o se risalga al '92. Infine l'ex presidente, smentendo quanto dichiarato dal Guardasigilli dell'epoca, Claudio Martelli, ha negato di avere avuto difficolta« a mantenere lo stesso Martelli alla Giustizia. »Si dimise - ha concluso - perche« ricevette un avviso di garanzia e io, d'accordo con Scalfaro, lo sostituii con Giovanni Conso».

ANSA

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