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“Paolo Giaccone muore in una Sicilia che negava l'esistenza della mafia e in un'Italia che si girava dall'altra parte. Il suo lavoro lo ha reso scomodo agli occhi dei mafiosi quando si è rifiutato di modificare una perizia che avrebbe incastrato un boss. La sua integrità, inaccettabile agli occhi di cosa nostra è stata probabilmente incompresa da quella parte di borghesia diffusa di professionisti che in quella Sicilia del 1982 ancora preferiva convivere con la mafia e non percepiva la pericolosità di quello che stava crescendo nel sistema di potere, non solo nel sistema criminale della nostra città e della nostra terra”. Lo ha detto il presidente della commissione regionale Antimafia, Antonello Cracolici, intervenendo allo Steri alla cerimonia di ricordo in memoria del professore Paolo Giaccone, intitolata “Un medico, un eroe normale”. 

“Giaccone era un eroe, ma ha obbligato tanti altri a diventarlo – ha aggiunto Cracolici - 'Non avrebbero mai toccato un medico', diceva alla figlia Camilla. Non pensava di poter essere ucciso per aver fatto il proprio dovere. E invece la mafia è stata capace di questo. C'è voluto l'assassinio del generale Dalla Chiesa, insieme alle parole del cardinale Pappalardo in un'omelia drammatica, a segnare un punto di svolta nella cultura di questa terra e far capire che quella di cosa nostra era una sfida lanciata a tutti noi. Ma la mafia ha perso, perché il suo omicidio, commesso poco prima di quello di dalla Chiesa, ci ha costretto a prendere atto che dovevamo aprire gli occhi e non potevamo più abbassarli di fronte alla mafia”. 

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