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La giunta militare al potere in Myanmar dal golpe della scorsa settimana ha importo il coprifuoco e restrizioni agli assembramenti in almeno due delle principali città del Paese, Yangon e Mandalay, in risposta alle manifestazioni di protesta che hanno coinvolte decine di migliaia di persone lo scorso fine settimana. Dopo una settimana di silenzio, a seguito del golpe dello scorso primo febbraio, la giunta ha emanato una serie di decreti, e il capo delle forze armate, generale Min Aung Hlaing, ha tenuto un discorso ripreso dalla televisione di Stato, per ribadire le accuse di frode al governo deposto del consigliere di Stato Aung San Suu Kyi. Secondo un comunicato diramato dalla giunta, a Yangon e Mandalay saranno vietati gli assembramenti di più di cinque persone, così come le processioni motorizzate; verrà inoltre imposto un coprifuoco dalle ore 20 alle 4 del mattino. Nei giorni scorsi le forze armate hanno risposto alle manifestazioni contro il golpe ricorrendo a idranti e gas lacrimogeni, e ferendo almeno una persona. Hlaing ha dichiarato ieri che il governo militare "non intende assolutamente cambiare la politica estera, la politica amministrativa a o quella economica", e che "proseguirà lungo il medesimo percorso politico", predisponendo nuove elezioni al termine dello stato di emergenza di un anno proclamato il primo febbraio scorso per "proteggere e stabilire un sistema democratico reale e disciplinato".
In Myanmar ci saranno “libere elezioni”, a seguito delle quali il potere sarà trasferito al partito vincitore. Lo ha assicurato il generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate salite al potere a seguito del colpo di Stato del primo febbraio e dell’arresto della leader Aung San Suu Kyi, nel suo primo discorso pubblico dopo il golpe. L’ufficiale ha invitato i cittadini birmani a “dare priorità ai fatti e non alle sensazioni” e ha sottolineato che la giunta militare che ha preso il potere una settimana fa “è diversa dai precedenti governi militari”. Hlaing ha spiegato infatti che “sono stati selezionati ministri idonei”, che la politica estera “resterà intatta” e che i Paesi stranieri saranno “incoraggiati a investire” in Myanmar. Il generale ha anche ribadito che le elezioni dello scorso novembre, stravinte dalla Lega nazionale per la democrazia (Lnd) di Aung San Suu Kyi sono state macchiate da brogli. Irregolarità che, secondo i militari, “sono state ignorate”. “Nessuna organizzazione è al di sopra della legge”, ha aggiunto Hlaing senza mai pronunciare il nome del premio Nobel per la pace.
Parole che giungono dopo che, in risposta a tre giorni di manifestazioni di protesta, le autorità militari hanno proclamato la legge marziale nella seconda città del Paese, Mandalay. In base al provvedimento, saranno vietati assembramenti in gruppi di più di cinque persone e sarà imposto un coprifuoco dalle otto di sera alle quattro del mattino. Simile misura è stata assunta ad Ayeyarwaddy, più a sud, ma secondo osservatori locali potrebbero presto seguire altre città del Paese. “Alcune persone si stanno comportando in maniera preoccupante, rischiando di danneggiare la sicurezza pubblica e lo stato di diritto. Tali comportamenti possono creare violenze, ed è per questo che l’ordine vieta gli assembramenti, i discorsi pubblici, le proteste attraverso veicoli e i comizi”, si legge in una nota del comune di Mandalay. Finora la giunta militare si è per lo più astenuta dall’usare la forza contro i manifestanti, anche se nelle scorse ore nella capitale Naypyidaw una dimostrazione è stata dispersa dagli agenti con il ricorso a cannoni d’acqua. Le proteste sembrano tuttavia aumentare di intensità con il passare delle ore, alimentando il timore che i militari possano presto intervenire per reprimere il dissenso con la violenza.
Centinaia di persone sono tornate a manifestare a Yangon anche ieri, 8 febbraio, nella terza giornata di proteste contro il golpe militare a Myanmar. Alla protesta, animata da studenti universitari e lavoratori, hanno aderito anche monaci buddhisti. I manifestanti hanno esibito anche vessilli della Lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, leader di fatto del paese arrestata il primo febbraio scorso. Ieri, 7 febbraio, papa Francesco ha espresso "solidarietà al popolo" del Myanmar durante la messa domenicale di Piazza San Pietro. Migliaia di persone hanno manifestato ieri anche a Yangon: i manifestanti hanno indossato indumenti rossi, colore della Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Suu Kyi, mostrato cartelli e intonato slogan contro la dittatura militare e a favore di un governo democratico. Una folla composta da persone provenienti da tutti gli angoli di Yangon si sono dirette verso la Pagoda di Sule, nel cuore della capitale, tradizionale punto di raduno durante le proteste guidate dai monaci buddisti del 2007 e in altre del 1988. In molti hanno fatto un gesto di saluto a tre dita, che è diventato un simbolo di protesta contro il colpo di stato, mentre video sui social media riferiscono di scontri nella città sudorientale di Myawaddy, dove la polizia ha caricato un gruppo di circa cento manifestanti. Non è noto se ci siano stati feriti o altre vittime. Ieri pomeriggio, inoltre, la giunta militare ha messo fine al blocco di internet che aveva ulteriormente inferocito i manifestanti, e che proseguiva dal golpe del primo febbraio.
Lo scorso 3 febbraio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha raggiunto un’intesa su una dichiarazione congiunta a proposito della crisi in Myanmar, nella quale non si condanna il colpo di Stato militare ma si esprime “profonda preoccupazione per la proclamazione dello stato d’emergenza imposto dalle forze armate” e si chiede l’immediato rilascio della leader Aung San Suu Kyi e di quanti sono stati arrestati. “I membri del Consiglio di sicurezza - si legge nel documento - sottolineano la necessità di un continuo sostegno alla transizione democratica in Myanmar”. Martedì 2 febbraio l’organismo non era riuscito a trovare un accordo su una formula condivisa, secondo le ricostruzioni della stampa statunitense a causa dell’opposizione di Cina e Russia. Successivamente il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha negato che Pechino abbia appoggiato il golpe militare, invitando la comunità internazionale a “creare le condizioni perché le parti in Myanmar risolvano le loro divergenti”.
La notte del primo febbraio i vertici militari del Myanmar hanno preso il potere arrestando la consigliera di Stato Aung San Suu Kyi, il presidente Win Myint e i vertici della Lega nazionale per la democrazia (Nld). Il colpo di Stato non ha colto di sorpresa gli osservatori più attenti: a poche ore dalla sessione inaugurale del Parlamento emerso dalle elezioni legislative del novembre del 2020, la tensione nel Paese asiatico era stata infiammata dalle dichiarazioni di due generali che avevano aleggiato lo spettro del golpe e dell’abolizione della Costituzione in vigore dal 2008, così come dall’inquietante incremento della presenza di veicoli militari blindati per le strade di Yangon. Fatti che venerdì 29 gennaio avevano portato il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a esprimere “grande preoccupazione” per gli sviluppi politici in Myanmar. I militari contestano i risultati del voto dello scorso novembre, a loro dire macchiato da brogli ai danni della forza politica da essi appoggiata, il Partito dell’unione per la solidarietà e lo sviluppo (Usdp), che a fronte della larga vittoria dell’Nld di Aung San Suu Kyi si era visto accordare solo il cinque per cento dei seggi della nuova assemblea legislativa. Accuse che tuttavia la Commissione elettorale dell’unione (Uec) ha bollato come pretestuose, confermando i risultati e dando luce verde alla prima riunione del Parlamento.
Il golpe di queste ore, dunque, appare legato al timore dei vertici militari di perdere influenza sulla vita politica del Paese. Eppure, si tratta di una chiave di lettura insufficiente a spiegare quanto avvenuto. L’Usdp è certamente uno strumento importante a disposizione dei militari per continuare a pesare sugli equilibri politici anche dopo lo scioglimento, nel 2011, della giunta militare al potere dal 1962: basti pensare che i dirigenti del partito sono quasi tutti militari in congedo con forti legami con i generali attualmente ai vertici delle forze armate. Tuttavia, non è l’unico. L’attuale Costituzione, approvata nel 2008 con il favore dei generali all’epoca al potere, consente alle forze armate di controllare tre ministeri (Difesa, Affari interni e Affari di frontiera) e di nominare il 25 per cento dei deputati del Parlamento. La Costituzione stabilisce inoltre che il presidente ha il potere di dichiarare lo Stato d’emergenza solo dopo aver consultato il Consiglio di sicurezza e difesa nazionale (Ndsc), controllato dai vertici militari.
Il colpo di Stato va dunque inquadrato anche, se non soprattutto, nella sua dimensione internazionale. Situato geograficamente tra due potenze regionali come Cina e India, il Myanmar è un Paese chiave per la definizione dei futuri assetti geopolitici in Asia. Soprattutto, è un Paese al quale negli ultimi anni ha guardato con attenzione il presidente cinese Xi Jinping, considerandolo un tassello chiave della maxi-iniziativa infrastrutturale della Nuova via della seta, o Belt and road initiative (Bri). Il Corridoio economico Cina-Myanmar (Cmec), in particolare, è per Pechino di fondamentale importanza per garantirsi uno sbocco nell’Oceano Indiano, per facilitare l’approvvigionamento di petrolio dal Golfo Persico (evitando il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca) e per favorire lo sviluppo delle sue province meridionali. Centrale, in questo senso, è lo sviluppo del porto e della zona economica speciale di Kyaukphyu, città dello Stato di Rakhine destinata anche a ospitare il terminal di un oleodotto che, passando per la città di Mandalay, si allungherebbe fino a Muse, al confine con la Cina.
L’attuazione di tali progetti, tuttavia, è andata finora a rilento. Basti pensare che la Cina ha proposto un totale di 38 progetti nel quadro del Cmec e che il governo birmano, preoccupato dalla prospettiva di un eccessivo indebitamento nei confronti di Pechino, ne deve approvare ancora 29. La pandemia di Covid-19 ha rallentato ulteriormente le iniziative cinesi in Myanmar: il governo di Aung San Suu Kyi, che dovrebbe sborsare 7,5 miliardi di dollari per i progetti, è costretto in questa fase a dare priorità alla mitigazione dei danni economici provocati dalla seconda ondata di contagi e dalle conseguenti restrizioni alle attività. Tutto questo ha alimentato in questi anni forti tensioni tra Naypyidaw e Pechino, acuite dal sospetto che la Cina abbia un ruolo nel sostegno ai gruppi attivi in Myanmar.
La Repubblica popolare ha sempre negato ogni coinvolgimento negli scontri che in questi anni hanno visto l’Esercito di Arakan, gruppo armato indipendentista di base nello Stato di Kachin, al confine con la Cina, opporsi alle forze armate birmane. Tuttavia nel giugno del 2020 in Thailandia un blitz della polizia ha portato al rinvenimento di un grande quantitativo di armi di produzione cinese nella città di Mae Sot, proprio al confine con il Myanmar, che secondo fonti birmane sarebbe stato destinato all’Esercito di Arakan. Pochi giorni dopo il generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate del Myanmar, ha dichiarato in un’intervista all’emittente televisiva russa “Zvezda” che “le organizzazioni terroristiche nel Paese sono sostenute da forti attori all’estero”. Meno di un anno prima, nel novembre del 2019, erano state le stesse forze birmane a sequestrare un carico di missili superficie-aria agli insorti dell’Esercito nazionale di liberazione Ta’ang, quest’ultimo attivo negli Stati di Kachin e Shan. All’epoca il portavoce dell’esercito, generale Tun Tun Nyi, aveva sottolineato che quelle rinvenute erano “armi cinesi”.

Tratto da: agenzianova.com

Foto © jonklinger is licensed under CC BY-SA 2.0

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