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Decine di proiettili: in fronte, alle spalle, nel costato. Chi sono le vittime questa volta? Due bambine argentine di soli 11 anni, uccise nella regione di Amambay, un’area boschiva a circa 360 chilometri a Nord-est di Asuncion (capitale del Paraguay), lo scorso 2 settembre di quest’anno. Bersagli di una stupida follia omicida, capri espiatori di un sistema criminale e corrotto, vittime innocenti che forse mai riceveranno giustizia.
Si chiamavano Lilian Mariana Villalba e María Carmen Villalba e dopo essere entrate a novembre del 2019 in Paraguay non erano riuscite a tornare a casa a causa della chiusura delle frontiere dovuta alla pandemia del coronavirus. Il loro unico desiderio era quello di visitare i propri genitori, membri dell’Esercito del popolo paraguaiano (EPP), che in quel momento si nascondevano in clandestinità nella selva di Amambay. La sparatoria è avvenuta durante un’operazione contro l’accampamento dei guerriglieri, condotta dagli agenti della Forza d’azione congiunta (FTC), un'unità d'élite a guida militare che include anche agenti speciali della polizia. Proprio questi ultimi sono coloro che si sarebbero resi responsabili dell’uccisione delle due bambine. Poco dopo l’operazione il presidente paraguaiano Mario Abdo Benítez si era pronunciato sul fatto facendo riferimento all’uccisione di due guerrigliere dell’EPP, affermando come l’operazione fosse “riuscita in tutti i sensi” e ringraziando tutta la squadra militare per il lavoro svolto “nella lotta contro il gruppo militare”, che da molti anni il governo cerca di eliminare. Dichiarazioni, quelle del presidente, in cui si è omesso di chiarire un punto fondamentale: si trattava solamente di due bambine innocenti di undici anni. Una dimenticanza che puzza di vergogna e di omertà. “Non è possibile accettare che chi ha assistito agli eventi accaduti non abbia notato la giovane età delle ragazze", aveva dichiarato il governo argentino in una nota del ministero degli Esteri, richiedendo allo stato paraguaiano “l'identificazione dei responsabili di queste morti”.
Nonostante le proteste delle Nazioni Unite e dell’organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw), a distanza di tre mesi, ancora non si conoscono i nomi precisi dei colpevoli, poiché le stesse autorità paraguaiane si sono impegnate in una sottile opera di insabbiamento delle prove e di manipolazione delle investigazioni.


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La denuncia dell’ONU
Successivamente alla sparatoria, Jan Jarab, rappresentante per il Sud America dell’Alto Commissariato sui diritti umani delle Nazioni Unite, aveva rilasciato dichiarazioni allarmanti, facendo emergere come il suo ufficio avesse ricevuto “informazioni inquietanti” sulle intenzioni da parte delle forze di sicurezza statali paraguaiane di manipolare le prove circostanziali sulla vicenda. A queste affermazioni era seguita l’intimazione da parte dell’Onu alle autorità governative di svolgere le indagini con i dovuti doveri di imparzialità e di trasparenza, considerata la gravità del fatto “culminato nella morte di due bambine che lo Stato doveva proteggere, come parte dei suoi obblighi di garantire i diritti umani di tutti i bambini ed adolescenti nel paese". In questi mesi lo Stato paraguaiano avrebbe dovuto svolgere indagini sia sulle “responsabilità dirette”, sia sul “livello gerarchico coinvolto nell'operazione” così come sulle “possibili manomissioni nel luogo dei fatti". Le Nazioni Unite avevano chiarito inoltre la crucialità durante l’inchiesta del rispetto delle norme internazionali sui diritti umani e soprattutto del manuale delle Nazioni Unite sulla Prevenzione e investigazione efficace delle esecuzioni illegali, arbitrarie o sommarie, ricordando allo stato paraguaiano che "la partecipazione di personale militare in operazioni di sicurezza interne deve essere svolta nel pieno rispetto delle norme internazionali sui diritti umani, sempre sotto controllo di autorità civili e con i più alti standard di trasparenza e di rendicontazione, come stabilisce il Patto internazionale sui diritti civili e politici". Ancora, dopo tre mesi, non è emerso nulla di tutto ciò.

3 dicembre. Il comunicato dell’HRW: necessità di indagini imparziali e trasparenti
Proprio qualche giorno fa, a distanza di tre mesi dall’uccisione delle bambine, l’organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw) ha pubblicato un comunicato denunciando la violazione dei protocolli investigativi e degli standard internazionali sui diritti umani da parte delle autorità paraguaiane. Le sporche infrazioni non si limiterebbero soltanto ad una presunta alterazione della scena del crimine, in cui i militari avrebbero vestito le due bambine con abiti della guerriglia, ma si riferirebbero soprattutto alla sepoltura dei due corpi senza l’esecuzione dell’autopsia, agli abiti delle vittime incendiati per il rischio di contaminazione dovuta al covid-19 e in ultimo all’allontanamento del perito scelto dalla famiglia delle bambine dall’esame forense.


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Il presidente del Paraguay, Mario Abdo Benítez, è apparso sulla scena per annunciare "un'operazione riuscita contro il PPE"


"Tutti i segnali indicano che le indagini sugli omicidi sono state deplorevolmente inadeguate", ha chiarito José Miguel Vivanco, direttore per le Americhe dell'ong, spiegando anche che "il governo paraguaiano dovrebbe consentire immediatamente agli esperti forensi argentini di condurre un'autopsia e garantire a loro e alle famiglie delle vittime pieno accesso alle prove. Più a lungo il governo ritarda l'esumazione, più è probabile che qualsiasi prova proveniente dai resti vada persa". Le due bambine riceveranno mai giustizia? Oppure quest’uccisione si aggiungerà all’infinita lista di crimini commessi dalle autorità statali paraguaiane, guidate dall’attuale presidente Benitez e dai suoi predecessori, nei confronti di civili innocenti? Sicuramente, senza una significativa pressione proveniente dalla comunità internazionale, non si raggiungerà mai la verità sul caso. Forse, infatti, ciò che sconvolge maggiormente, non è l’omertà dei diretti responsabili che in un mondo dai valori distorti e più precisamente in uno Stato macchiato del sangue del suo popolo, può essere “quasi comprensibile”. Ma il silenzio di tutti quei paesi, compresa l’Italia, che esaltano la propria etica e la propria democraticità, elevandosi ad esempio di civiltà rispetto agli altri. Forse, proprio queste nazioni dovrebbero farsi un esame di coscienza di fronte a tutti quei crimini contro l’umanità che sembrano non meritare nemmeno una piccola menzione in una pagina di giornale. Forse, è proprio questa la vergogna più grande del mondo occidentale: essere complici e colpevoli nel silenzio. Speriamo che il grido nel deserto di chi ancora cerca di smascherare e di denunciare questi fatti non rimanga isolato e che venga posta finalmente fine a questa follia omicida che da anni massacra il popolo sud-americano.

In foto di copertina: María Carmen Villalba, a sinistra, e Lilian Mariana Villalba

Foto tratte da: misionesonline.net

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