Proteste di massa, 572 morti e oltre diecimila arresti, mentre cresce l’ombra del Mossad e dell’intelligence Usa per radicalizzare le violenze a favore del vecchio Shah
La resa dei conti per Teheran è vicina. Donald Trump ha annunciato in pompa magna che “stiamo considerando opzioni molto serie per quanto riguarda l’Iran. Ricevo aggiornamenti sulle proteste praticamente ogni ora. Prenderò una decisione molto presto”.
Ha poi aggiunto che “alcuni manifestanti sono stati uccisi. Stiamo indagando attentamente su ciò che è accaduto”, ammonendo come “se l’Iran dovesse attaccare le basi americane nella regione, subirebbe una risposta molto più forte di quanto si aspetti".
Con il suo solito linguaggio ambiguo e clownesco nelle ore successive il tycoon ha dichiarato che i leader iraniani hanno chiesto di “negoziare” dopo le sue minacce di un’azione militare e avrebbe accettato di incontrare i rappresentanti di Teheran per discutere del programma nucleare del Paese.
“Si sta organizzando un incontro”, ha dichiarato ai giornalisti a bordo dell’Air Force One.
Nel mentre, è ufficiale che oggi si riunirà alla Casa Bianca con il segretario di Stato americano Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine per valutare una possibile rappresaglia.
“Sembra che stiano iniziando a farlo”, ha detto rispondendo sempre ai giornalisti che gli chiedevano se Teheran avesse superato la linea rossa da lui precedentemente indicata, ovvero l’uccisione di manifestanti.
In ogni caso, la guerra si gioca già a suon di sanzioni. "Con effetto immediato, qualsiasi Paese che faccia affari con la Repubblica islamica dell'Iran pagherà una tariffa del 25% su tutte le attività commerciali concluse con gli Stati Uniti d'America", ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social.
La situazione è molto tesa. Il Ministero della Salute israeliano ha emanato istruzioni per gli ospedali e le organizzazioni per la tutela della salute, invitandole a prepararsi a passare rapidamente in modalità di emergenza a causa della crescente tensione nella regione.
Intanto The Daily Telegrah evidenzia che Washington sta valutando anche la possibilità di un attacco informatico al Paese. Secondo il quotidiano, gli Stati Uniti potrebbero utilizzare un "dispositivo informatico segreto" contro obiettivi militari e civili iraniani. Target che potrebbero includere anche impianti nucleari. Ricordiamo che nel 2010 gli Stati Uniti (presumibilmente insieme a Israele) hanno lanciato un attacco informatico su larga scala alle centrifughe iraniane, utilizzando il virus Stuxnet.
Dall’altra parte della barricata, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha rilasciato un'intervista ai nostri colleghi di Al Jazeera Arabic, in cui ha affermato che l'Iran è pronto a impegnarsi in colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti, "a patto che ciò avvenga senza minacce o diktat".
“Se Washington vuole testare l'opzione militare già sperimentata in passato, siamo pronti", ha dichiarato riferendosi ai bombardamenti effettuati su tre siti nucleari in Iran durante l'estate.
"Abbiamo una preparazione militare più ampia e più completa rispetto a quella che avevamo durante l'ultima guerra", ha aggiunto.
Al contempo, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei ha affermato che i "messaggi contraddittori" provenienti dagli Stati Uniti dimostrano una mancanza di serietà, ma che i contatti sono continuati.
"Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri Abbas Araqchi e l'inviato speciale degli Stati Uniti (Steve Witkoff) è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario", ha affermato, aggiungendo che i contatti restano aperti anche attraverso il tradizionale intermediario svizzero.
Le proteste e la longa manus Usa-Israele
L'organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti, ha dichiarato di aver accertato la morte di 572 persone, tra cui 503 manifestanti e 69 membri del personale di sicurezza, e di aver arrestato 10.694 persone dall'inizio delle proteste, il 28 dicembre, e diffuse in tutto il Paese.
Già dalla giornata di ieri la situazione dei disordini sembrava essersi notevolmente ridimensionata. Nella capitale si sono addirittura registrate ampie manifestazioni a sostegno del governo, documentate da Al Jazeera. “La presenza odierna di persone a sostegno del Paese islamico è un segnale di sostegno allo Stato, sia a livello nazionale che internazionale”, ha commentato il reporter Tohid Asadi.
Disordini, quelli dei giorni scorsi, che avvenivano proprio mentre Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si incontrava il 29 dicembre a Mar-a-Lago, in Florida. È in questa occasione che il premier israeliano ha sollevato esplicitamente la possibilità di nuovi attacchi contro l'Iran nel 2026, esprimendo preoccupazioni per la ricostruzione del programma missilistico iraniano e il riarmo di Hezbollah in Libano.
A fare da miccia alle sommesse c’è certamente la questione economica. Il rial iraniano ha toccato il minimo storico di 1,4 milioni per dollaro sul mercato nero, perdendo circa il 60% del suo valore dalla guerra di 12 giorni con Israele nel giugno. L'inflazione ha raggiunto il 42,2% a livello generale e il 72% per i beni alimentari, erodendo drammaticamente il potere d'acquisto di milioni di cittadini. Una conseguenza della guerra con Israele (inclusi danni alle infrastrutture energetiche e idriche), e la riattivazione delle sanzioni ONU che hanno strangolato ulteriormente l'economia della Repubblica Islamica.
Ma, come prevedibile, arrivano sempre più conferme della presenza degli apparati d’intelligence occidentali.
Un account denominato "Mossad Farsi" - ampiamente riconosciuto dai media israeliani come un canale ufficiale di messaging del Mossad rivolto al pubblico iraniano - ha pubblicato messaggi espliciti il 29 dicembre: "Usciamo insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi. Non solo a distanza e verbalmente. Siamo con voi sul campo".
L’ex direttore della CIA Mike Pompeo ha rafforzato questo messaggio il 2 gennaio, pubblicando un augurio che citava esplicitamente l'operazione: "Buon anno a tutti gli iraniani che camminano per le strade. E anche a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco".
Emblematico il fatto che più di trecento moschee sono state incendiate dai manifestanti. “Nessun iraniano avrebbe osato incendiare un luogo di culto”, ha commentato il ministro degli Esteri di Teheran.
Nei giorni scorsi le forze armate iraniane (Pasdaran) hanno eliminato diversi gruppi del PJAC (un'organizzazione separatista) che si infiltravano dal Kurdistan iracheno, grazie anche ai dati di intelligence forniti dal MIT turco. Elemento che indica un coordinamento regionale sofisticato tra attori occidentali e israeliani per sfruttare i movimenti separatisti come strumenti di destabilizzazione. Analisi del Jamestown Foundation riportano che esponenti del PJAK avrebbero avuto una “buona relazione” con gli Stati Uniti e secondo l’ex agente CIA Robert Baer, forze USA avrebbero fornito all’organizzazione intelligence militare tramite unità speciali.
Questo senza contare delle possibili influenze degli apparati USA per i cambi di regime come il National Endowment for Democracy (NED) che, I documenti pubblici, successivamente cancellati, avrebbe investito almeno $4,6 milioni in 51 diversi progetti controrivoluzionari in Iran tra 2016 e 2021. 
Reza Pahlavi
La rivoluzione colorata che sponsorizza la vecchia monarchia repressiva
Ogni rivoluzione ha bisogno di un eroe. Questa volta, la campagna di influenza digitale su larga scala, originaria di Israele e finanziata da enti privati con supporto governativo, ha promosso attivamente il nuovo pupillo delle sommosse, nientemeno che il figlio dello Shah Reza Pahlavi, rovesciato dalla Rivoluzione Islamica nel 1979.
Lo stesso Pahlavi ha ringraziato pubblicamente Trump per il supporto ai manifestanti dichiarando di essere pronto a tornare in Iran e di stare già pianificando la formazione di una "squadra di transizione," articolando chiaramente il programma di cambio regime secondo le preferenze occidentali.
Curioso il tentativo occidentale di promuovere la caduta di un sistema teocratico, sostituendolo con l’erede di una monarchia autoritaria, sempre sostenuta da Washington.
Al centro della disputa c’è sempre lui: l’oro nero. Dopo la nazionalizzazione attuata da Mossadeq, Washington contribuì a rovesciarlo nel 1953 anche per evitare un precedente di successo nella sottrazione del petrolio iraniano al controllo occidentale. Con i poteri allo Shah ristabiliti, il Consorzio petrolifero del 1954 diede alle compagnie americane circa il 40% delle quote di produzione e grande influenza su volumi e prezzi del greggio iraniano, assicurando profitti e forniture a lungo termine.
Mentre circolano le immagini di un’Iran moderno e all’avanguardia negli anni 70’, in pochi ricordano le azioni repressive della SAVAK, creata nel 1957 con supporto di CIA e servizi israeliani, responsabile di arresti, torture e spesso esecuzioni contro oppositori di diversa matrice (nazionalisti, comunisti, religiosi), instaurando un clima di paura generalizzato.
Il rovesciamento del regime iraniano è un obiettivo che da anni è nell’agenda di Washington anche per una questione geostrategica nel contesto del nuovo terreno di scontro con Pechino e Mosca.
Il comandante delle forze statunitensi in Europa, Alexus Grynkewich, ha riferito che Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang stanno rafforzando il coordinamento delle azioni in linea con gli interessi comuni nel contrastare gli Stati Uniti.
In questo contesto, il petrolio iraniano rappresenta nell’ordine del 10–15% del mix di importazioni di greggio della Cina e Washington non vuole farsi scappare l’occasione di riprendersi la leadership di detentore di considerevoli quote di greggio per aumentare la pressione su Pechino e diminuire la caduta tendenziale della domanda di dollari nel mondo.
Trump e Netanyahu tenteranno il tutto per tutto al fine di rovesciare Teheran?
Foto © Imagoeconomica
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