Wall Street Journal: il team presidenziale sta predisponendo il programma per governare il Paese. Hegseth non esclude operazione militare su larga scala
Tutto ha ormai l’osceno sapore di una parabola criminale che vede le relazioni internazionali sottostare a rapporti di forza mafiosi, fascisti e banditeschi.
Secondo il New York Times il bilancio delle vittime dell'operazione statunitense in Venezuela – che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores – “è salito a 80 persone, tra civili e forze di sicurezza. Un vandalismo internazionale, palese e senza narrative edulcorate.
Ed ecco che ora si passa alle minacce anche del resto dell’entourage di Maduro.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che la vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, nominata presidente ad interim sotto approvazione del ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez, potrebbe subire una sorte peggiore del leader deposto Maduro se non seguirà i diktat statunitensi.
"Se non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro", ha affermato Trump, intervistato dalla rivista The Atlantic.
Il tycoon stava rispondendo a quello che ha descritto come il rifiuto di Rodriguez dell'intervento armato degli Stati Uniti che ha portato alla cattura di Maduro.
In precedenza, nel giorno dell’attacco, Trump aveva inizialmente elogiato la vicepresidente dopo che le forze statunitensi avevano catturato Maduro e sua moglie, sottintendendo una sorta di complicità con l’operazione. “Rodríguez ha fatto la cosa giusta permettendo questa operazione, è un passo storico per la libertà del Venezuela”, aveva dichiarato.
Rodríguez ha tuttavia affermato in seguito che il suo Paese avrebbe difeso le sue risorse naturali, sottolineando: “Le ricchezze del Venezuela appartengono solo al popolo venezuelano e le difenderemo da qualsiasi ingerenza straniera”.
Tuttavia, al contrario dei presupposti di Washington, in diversi interventi televisivi, l’attuale presidente ad interim non ha espresso alcuna intenzione di negoziare con gli Stati Uniti, definendo l’azione Usa "un’aggressione militare senza precedenti» e “un rapimento illegale” del presidente, chiedendo la sua “liberazione immediata” e ribadendo che egli “è l’unico presidente del Venezuela” e che il Paese “non sarà mai colonia di un altro Stato”. 
Delcy Rodriguez © European Union
Rodríguez ha anche collegato esplicitamente l’attacco al tentativo di “cambio di regime” e di appropriazione delle «risorse energetiche, minerarie e naturali” del Paese, denunciando la violazione della sovranità nazionale e degli articoli 1 e 2 della Carta Onu, e parlando di difesa “feroce” dell’indipendenza del Paese.
Di fatto, la leadership chavista è ancora salda a tenere le redini del Paese e gode ancora del sostegno popolare contro l’intervento illegale statunitense. Chris Gilbert, professore presso l'Università Bolivariana del Venezuela, afferma che l'annuncio dell'esercito di riconoscere Rodriguez come leader del Paese è "estremamente importante" e riflette la continuità del suo sostegno all'attuale governo.
"Non ci sono manifestazioni di opposizione, né manifestazioni contro il governo", ha detto Gilbert ad Al Jazeera, aggiungendo che le dimostrazioni a cui ha assistito sono "a favore del governo" e c'è "un completo senso di controllo".
Rodriguez ha già delineato una strategia di difesa basata su un'alleanza tra militari, popolazione e polizia, puntando sulla mobilitazione delle milizie nei quartieri di tutto il Paese.
"Ci sono più di quattro milioni di membri della milizia", ha precisato Gilbert, descrivendo questo come una prova del sostegno popolare del governo.
Hegeseth pronto ad operazioni militari su larga scala per prendersi il Paese
Ma da Washington i programmi sono ben diversi e l’entità dello scontro che si approssima diventa sempre più inquietante. Secondo il Wall Street Journal il team del presidente Usa sta lavorando a un piano per governare il Venezuela, senza badare ai dettagli che esulano da qualunque libera iniziativa della popolazione, prossima ad essere spogliata ed impoverita dalle grandi compagnie energetiche statunitensi.
In particolare, sarebbero il Consigliere per la sicurezza interna Stephen Miller e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth a lavorare su una struttura di “governance per un Venezuela post -Maduro", afferma la pubblicazione.
Lo stesso Hegseth non ha escluso la possibilità di un'operazione militare su larga scala nel Paese. Lo ha rivelato durante un'intervista con CBS Evening News. "Washington stabilirà le regole…Siamo posizionati", ha dichiarato confermando che le forze armate statunitensi mantengono un dispositivo operativo pronto per ulteriori azioni.
Le forze in gioco sono dalla sua parte. Di fatto nella regione caraibica il confronto è totalmente sbilanciato a favore degli Usa. Il Venezuela ha forze numericamente consistenti (circa 120 mila militari, centinaia di carri, un’aviazione con Su‑30 e una rete di difesa aerea S‑300/Buk/Pantsir), ma con efficienza reale molto bassa per manutenzione insufficiente, addestramento carente e logistica fragile. Gli USA invece hanno schierato un gruppo da battaglia con portaerei classe Ford, cacciatorpediniere AEGIS, sottomarino nucleare, un gruppo anfibio con una MEU di migliaia di Marines, F‑35 e F/A‑18 basati su nave e a terra, capacità SEAD/DEAD, bombardieri strategici e droni ISR, per circa 15 mila uomini ma con una potenza di fuoco e un controllo C4ISR che permettono di colpire qualunque obiettivo in Venezuela da mare e cielo. L’Operazione Absolute Resolve, con oltre 150 velivoli impiegati in poche ore per neutralizzare difese aeree e catturare Maduro, dimostra che anche i punti di forza teorici delle FANB (difesa aerea e caccia Su‑30) non sono in grado di impedire agli USA di ottenere rapidamente superiorità aerea e colpire nel cuore del paese. 
Pete Hegseth © Imagoeconomica
Ma tra un’operazione in grande stile per catturare il presidente e una campagna su vasta scala per conquistare un’intera nazione, non è detto che Washington si allontani da ripetere le sorti del Vietnam.
La conquista del petrolio che può risollevare il dollaro
Ricordiamo che secondo le stime dell’Energy Institute di Londra, il Venezuela detiene circa il 17% delle riserve mondiali di petrolio, pari a 303 miliardi di barili, superando così l’Arabia Saudita, tradizionale leader dell’OPEC. L’estrazione del cosiddetto petrolio pesante dal bacino dell’Orinoco, situato nel centro del Paese, comporta costi elevati ma non presenta particolari complessità tecniche.
In un’intervista concessa a Fox News, Trump ha annunciato l’intenzione degli Stati Uniti di partecipare attivamente alla ricostruzione del settore petrolifero venezuelano, svelando senza troppa retorica i veri motivi che hanno condotto ai raid. Come riportato da Politico, nelle settimane precedenti la Casa Bianca avrebbe inviato segnali alle compagnie petrolifere statunitensi che avevano perso i propri asset in Venezuela, prospettando la possibilità di una compensazione economica solo se disposte a tornare nel Paese e investire ingenti capitali nella modernizzazione delle infrastrutture estrattive.
“Coinvolgeremo le nostre più grandi compagnie petrolifere" che investiranno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture gravemente danneggiate e riportare profitti al Paese”, ha promesso Trump.
L’intervento americano in Venezuela presenta anche un forte risvolto finanziario e valutario, oltre che geopolitico nello scontro con la Russia, attraverso la riduzione forzata del prezzo del petrolio: permette di difendere l’egemonia del dollaro e la stabilità del mercato del debito statunitense. Negli ultimi 25 anni, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa dal 61% al 41%, mentre nel 2025 l’indice del dollaro ha registrato un calo del 9%, il peggior risultato dal 2017. Il controllo sulle risorse petrolifere venezuelane permetterebbe così agli Stati Uniti di rafforzare la domanda globale di dollari attraverso l’esportazione del greggio.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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