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Mercoledì scorso la Corte penale internazionale (ICC) ha dato il via libera a un'indagine su come il governo filippino ha condotto la sua "guerra alla droga" tra il 2011 e il 2019.
Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha usato un approccio intransigente con le persone che fanno uso di droghe nel suo Paese causando migliaia di morti.
L'ICC ha affermato che la guerra alla droga di Duterte "non può essere vista come un'operazione legittima delle forze dell'ordine" ma piuttosto come "un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile".
I metodi del presidente sono stati attenzioni perché prendono di mira le persone con tossicodipendenza, piuttosto che i gruppi della criminalità organizzata che producono e distribuiscono droga.
"Se sei ancora drogato, ti ucciderò, non prenderlo come uno scherzo. Non sto cercando di farti ridere, figlio di puttana, ti ucciderò davvero", aveva detto Duterte nel 2016.
Un punto focale dell'indagine sono stati gli omicidi della polizia filippina a Davao dal 2011 al 2016. In quel periodo Duterte era stato sindaco di Davao quando un ramo della polizia della città soprannominato "Davao Death Squad" aveva ucciso centinaia di persone per spaccio di droga e altri reati minori.
Secondo Al Jazeera e altri gruppi per i diritti umani il numero di morti nella guerra alla droga nelle Filippine è compreso tra 27.000 e 30.000 persone.
Duterte, intervistato dai giornalisti che criticavano le sue scelte politiche ha risposto: “Voi siete quelli critici. Se finisci morto, è colpa tua. Non significa niente per me".

Foto © Hypergio/Wikipedia

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