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anjaPremio Pulitzer nel 2005. Aveva scattato la foto simbolo di Nassiriya
di Lucia Goracci - 4 aprile 2014
Il ricordo dell'inviata Lucia Goracci di Anja Niedringhaus, uccisa oggi in Afghanistan, a Khost. Anja, famosa fotoreporter tedesca, è morta sul colpo. La sua collega Kathy Gannon, reporter canadese, è stata ferita e trasportata d'urgenza in ospedale.

L’avevo vista qui a Kabul. Era il primo aprile. Ero atterrata e, come spesso succede, avevo cominciato a lavorare senza neanche passare dal via. L’avevo vista in lontananza allo stadio, quello dove i talebani solevano eseguire le condanne a morte. Quel giorno  Ashraf Ghani chiudeva la campagna elettorale delle presidenziali. Un rispettato economista – noto per rendere abitualmente pubblico il suo patrimonio in un paese di corrotti  – candidato in ticket con un impresentabile signore della guerra. Un evento imperdibile. E mi ero fiondata. 

Fuori dallo stadio andavo di fretta. C’era una gran folla, quasi tutti uomini e il resto burqa. Ho maledetto il bagaglio che non era arrivato all’aeroporto: nemmeno un fazzoletto da mettere in testa, perdere tempo per andarne a comprare uno, neanche a parlarne. Allora avevo intravisto in lontananza – molto lontano – il suo caschetto grigio. “Guarda, c’è Anja mi ero detta – e poi avevo pensato: certo che c’è. Ero stata sul punto di attraversare la strada, attraversare la folla e fermarla – stava risalendo in auto – per chiedere che aria tirasse dentro lo stadio. Poi mi sono detta che probabilmente andava di fretta anche lei. La sua vista però mi aveva rincuorato: eravamo le due sole donne a capo scoperto, diverse, riconoscibili. Ma se lo faceva lei si poteva fare. 

Anja Niedringhaus era una di quei giornalisti che, quando arrivi in un posto e li trovi, ti dici: brava, sei sulla notizia. E stai attento a come si muovono nel muoverti, a non andare oltre se loro esitano ad andare oltre. Arturo Pérez Reverte li chiamerebbe il Territorio Comanche dell’informazione di guerra. Con Anja Niedringhaus, morta in terra straniera in un giorno che lei ha certamente iniziato pensando che sarebbe stato come gli altri, non eravamo amiche. Ma sempre quando ci incrociavamo sul lavoro ci scambiavamo un saluto, due parole cortesi, un sorriso. Se qualcosa conserverò nella memoria di quella donna coraggiosa e di talento, è certamente il suo sorriso. Anja sorrideva con tutto il volto, sorrideva con gli occhi azzurri e bellissimi. E per un momento - l’attimo impalpabile del suo sorriso - ti faceva sentire lontana dalla guerra. Come sei il suo sorriso ti dicesse: è vero, è uno schifo, ma questa gente ne uscirà prima o poi e noi con loro. Quasi sempre questa gente non ne esce. E stavolta non ne è uscita neanche lei. Eppure non lo rimpiango quell’ultimo saluto allo stadio di Kabul, il primo aprile. Dopo non l’ho più rivista e certo avrei incrociato un’ultima volta il suo rassicurante sorriso. Ma il rispetto che ho per il suo passaggio sulla terra non sarebbe stato da questo modificato.

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