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carroarmato-web0Venerdì di sangue, islamici nella trappola dei militari
di Francesca Cicardi - 17 agosto 2013
L’Egitto non smette di contare i morti, che si accatastano nelle moschee e che non si saprà mai quanti sono in verità. Ieri sarebbero morte almeno una ventina di persone, secondo il bilancio ufficiale, oltre 90 i morti secondo i Fratelli Musulmani, nel “venerdì della rabbia” convocato dagli islamisti in protesta per il massacro di mercoledì, nel quale sarebbero morte “migliaia” di persone, ufficialmente “solo” 600.  

La violenza è iniziata ieri subito dopo la preghiera di mezzogiorno, quando i sostenitori dei Fratelli Musulmani hanno cercato di marciare verso piazza Ramsete, in centro, da diversi punti della città, sfidando lo stato di emergenza e i tank. Gli scontri sono scoppiati sui principali ponti del Cairo, che per tutta la giornata è rimasto bloccato e terrorizzato. Nelle strade gli islamisti hanno lottato per ore contro le forze di sicurezza, appoggiate dai militari, e contro uomini armati, forse poliziotti in borghese, agenti dei servizi segreti - o pagati da loro - e semplici cittadini che hanno deciso di “difendersi”.  
È ormai guerra aperta tra i Fratelli e il resto del paese, profondamente diviso. Il governo ad interim parla ormai apertamente di lotta al terrorismo. In un comunicato, l’esecutivo spiegava così la violenza nelle strade del paese: “Il governo, le forze armate, la polizia e il grande popolo egiziano fanno fronte uniti al malizioso piano terroristico dei Fratelli Musulmani”. 
In piazza Ramsete, i membri e sostenitori della Fratellanza, si difendono assicurando che non sono terroristi. “Dicono che siamo armati, ma la nostra unica arma è il Corano”, dice una ragazza tutta vestita di nero, mostrando il libro sacro dell’Islam. Sono tante le donne, di tutte le età e venute da diverse province dell’Egitto, ma per la prima volta , nessun bambino: si prevedeva una giornata sanguinosa e per questo, insieme al Corano, i fedeli tenevano le maschere antigas, aceto e Coca-Cola per combatterne gli effetti. Dopo il brutale sgombero degli accampamenti di Rabaa al Adawiya e Al Nahda, gli islamisti ormai sono rassegnati a una repressione sempre più violenta, e sono disposti a resistere.   
Lo spargimento di sangue “aumenterà il rifiuto del popolo contro il colpo militare”, assicurava ieri la Fratellanza, isolata e sempre più debole, tornata praticamente alla clandestinità. “Questi crimini aumentano le divisioni, che all’inizio erano politiche e adesso si sono macchiate di sangue”, diceva un comunicato.   
Gli assalti a edifici statali, stazioni di polizia e altri simboli del Governo sono continuati ieri in tutto il paese, e in molti quartieri i vicini hanno organizzato “comitati popolari” per proteggere le abitazioni da possibili atti di vandalismo. Il gruppo Tamarrod (“ribellione”) che aveva lanciato la campagna contro Morsi in maggio, ha chiesto agli egiziani di difendersi e di difendere le chiese, che sono state obbiettivo di decine di attacchi questa settimana. Accendere il conflitto settario è sempre stato uno dei trucchi del regime del’ex presidente Mubarak, i cui corpi di sicurezza tornano ora al lavoro con pieni poteri grazie allo stato di emergenza e il permesso esplicito del Ministero degli Interni per sparare, e l’appoggio di una buona parte della popolazione. La strategia della paura funziona sempre, e i media egiziani, soprattutto la tv statale, hanno aiutato ieri a creare uno stato di terrore e allarme, mostrando uomini armati, con maschere nere: boia appartenenti in teoria alla Fratellanza.   
Pro “golpe” e islamisti si sono ammazzati un po’ ovunque: 8 morti a Damietta (Delta del Nilo), 4 ad Ismailia e 6 a Port Said (Canale di Suez), morti anche ad Alessandria, in un’altra giornata di odio, che si è placato solo dopo il coprifuoco, alle 19, quando hanno smesso di sentirsi i colpi di arma da fuoco che hanno scosso persino i quartieri più altolocati del Cairo.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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