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mannings0Il soldato che per ragioni di coscienza ha rivelato al mondo delle notizie vere si prenderà comunque più di un secolo di galera. E i grandi media, dopo averlo usato, lo hanno abbandonato. Con pochissime eccezioni: di cui 'l'Espresso' vuole far parte
di Stefania Maurizi
Centotrentasei anni. E' questa la pena che rischia l'ex analista dell'intelligence Usa, Bradley Manning, fonte di WikiLeaks, dopo che ieri il giudice della corte marziale, Denise Lind, lo ha riconosciuto colpevole di ben venti dei ventidue capi d'imputazione che pendevano sulla sua testa. Il verdetto è stato emesso ieri, ma la sentenza vera e propria richiederà settimane, perché a partire da oggi alle quindici e trenta (ora italiana) la corte marziale si riunirà per la cosiddetta 'sentencing phase' che porterà al giudizio finale, ma che richiederà ancora molti giorni, visto che in questa fase verranno sentite decine di testimoni dell'accusa e della difesa, come ha scritto ieri il New York Times.

Tra i testimoni citati dall'accusa contro Manning, che deporranno a breve, c'è Elisabeth Dibble, l'ex reggente dell'ambasciata americana di via Veneto nell'interregno tra la fine del mandato di George W. Bush e l'inizio di quello di Barack Obama, che ha scritto alcuni dei cablo più duri sull'Italia di Berlusconi e, in particolare, sul cavaliere stesso.

Manning (foto) ha già trascorso tre anni e tre mesi in carcere in attesa del processo, undici mesi dei quali trascorsi in condizioni che l'inviato dell'Onu contro la tortura, Juan Mendez, non ha esitato a definite "crudeli e inumane".

Da una parte, il verdetto di ieri è stato rassicurante. Bradley Manning ha evitato l'accusa più devastante: quella aver aiutato il nemico, che l'avrebbe portato automaticamente in galera per tutta la vita, senza alcuna possibilità di uscirne. Dall'altra, però, le prospettive per il giovane ex soldato sono cupissime, visto che la corte marziale lo ha ritenuto colpevole di aver violato l'"Espionage Act", una legge del 1917, formulata per incriminare i traditori che durante la prima Guerra mondiale passavano segreti al nemico.

E' questa gravissima minaccia dell'Espionage Act che ha portato grandi giornali, intellettuali e attivisti a insorgere. Sì, perché mai l'accusa ha sostenuto nel dibattimento o nelle udienze preliminari che Bradley Manning abbia «lavorato per una potenza straniera», come giustamente ha fatto notare il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange e mai «l'accusa ha presentato alcuna prova o anche solo sostenuto che i documenti rivelati da Manning abbiano provocato danni a una sola persona».

Tutto quello che il venticinquenne ha fatto è stato di passare centinaia di migliaia di documenti segreti e riservati a WikiLeaks, che a sua volta li ha condivisi con i giornali di tutto il mondo, "Espresso" incluso, che ha lavorato a tutti i rilasci in collaborazione con Julian Assange e con i team dei media internazionali.

Un video del Pentagono, pubblicato nell'aprile 2010 da WikiLeaks con il titolo 'Collateral Murder', che testimoniava come nel luglio 2007 un elicottero americano Apache sparò su civili inermi a Baghdad, tra cui un padre che portava i bambini a scuola e due cameraman della Reuters. 91.920 file del Pentagono sulla guerra in Afghanistan e 391.832 su quella in Iraq: report dal campo che riferiscono in modo fattuale i due conflitti, rivelandone la vera faccia, al di là della propaganda, documenti che hanno permesso di rivelare, tra le altre cose, 15mila vittime civili della guerra in Iraq, completamente sfuggite alla contabilità generale. 251.287 cablo della diplomazia Usa, che raccontano la realtà delle relazioni diplomatiche degli Stati Uniti con tutti i paesi del mondo. Infine 779 schede personali dei detenuti di Guantanamo, da cui emerge che, su 779 prigionieri, solo 220 sono schedati dagli stessi americani come terroristi di grosso calibro, il resto sono milizie di pericolosità medio-bassa e 150 sono completamente innocenti.

E' per questi documenti consegnati a WikiLeaks che Bradley Manning rischia 136 anni. Per questo è stato riconosciuto colpevole di aver violato l'Espionage Act. Non perché li ha passati a una potenza straniera, ma perché li ha fatti arrivare alla stampa tramite l'organizzazione di Julian Assange, dopo aver provato inutilmente a contattare il New York Times e il Washington Post. E se Manning verrà effettivamente condannato a una pena durissima, come pare certo, il suo caso aprirà uno scenario gravissimo per il giornalismo, che pure non si è dimostrato degno di Bradley Manning.
31 luglio 2013

espresso.repubblica.it

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