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Due anni fa era stato condannato dalla Sezione disciplinare del Csm con l'accusa di aver detto ai giudici popolari del processo sulla discarica Bussi, in una cena avvenuta tre giorni prima della camera di consiglio, che in caso di condanna gli imputati avrebbero potuto fare causa anche nei loro confronti ottenendo un cospicuo risarcimento del danno. Parole - secondo la sentenza - in grado di incidere sulla libertà e serenità dei giudici non togati, tenuto conto che lui era il presidente del collegio. Ora quella stessa vicenda è costata al giudice Camillo Romandini, oggi consigliere della Corte di appello di Roma e all'epoca presidente di sezione del tribunale di Chieti, una bocciatura da parte del Csm: il non superamento della valutazione di professionalità, la verifica periodica a cui sono sottoposti i magistrati e dal cui esito dipendono gli avanzamenti di carriera e gli scatti retributivi. Romandini ha sempre respinto la ricostruzione di quell'episodio, dicendo che lui si era limitato a un discorso generico e di poche battute sulla responsabilità civile dei magistrati, rispondendo alla domanda di uno dei giudici popolari. Ma per la sentenza disciplinare e ora per il giudizio negativo del Csm pesa il fatto che abbia dato informazioni "inesatte e incomplete", omettendo di dire ai giudici popolari che rispondono solo in caso di dolo e che in Italia non c'è la responsabilità civile diretta nei confronti dei magistrati. La sua condotta è stata una "grave deviazione dai principi di equilibrio e imparzialità", afferma il plenum nella delibera che è stata approvata all'unanimità.

Foto © Imagoeconomica

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