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Diventa definitiva la condanna a 2 anni e 10 mesi di reclusione inflitti in appello, nell'ambito del cosiddetto processo escort, per Gianpaolo Tarantini.
Un caso divenuto famoso in quanto riguardava il "reclutamento" delle ragazze portate dall'imprenditore pugliese alle cene nelle residenze dell'allora premier Silvio Berlusconi. Dopo due ore di camera di consiglio, il collegio della terza sezione penale della Cassazione ha chiesto di respingere tutti i ricorsi, quello del pg di Bari, della difesa e anche quello, in qualità di parte civile, di Patrizia D'Addario, che nel giudizio di merito si è vista respingere la richiesta di risarcimento.
Gli avvocati di Tarantini, da un lato, si dicono soddisfatti perché la Suprema Corte non ha accolto la tesi della procura generale di Bari della necessità di un nuovo processo per rivedere la pena al rialzo, dall'altro lato, dice l'avvocato Nicola Quaranta, "spiace che anche la Cassazione dopo la Corte Costituzionale abbia perso un'occasione per rimarcare la diversità tra giudizio penale, giudizio morale e mediatico di cui questo processo è impregnato".
Al di là delle considerazioni scontate dei legali, guardando alle sentenze è emerso che 'Gianpi' Tarantini all'epoca dei fatti era un imprenditore 33enne in cerca di "ascesa economica" e di amicizie ai massimi livelli. In primo grado era stato condannato a 7 anni e 10 mesi, aveva poi ottenuto dalla Corte di appello uno sconto di pena con la prescrizione di 14 dei 24 episodi contestati e le attenuanti generiche. In Cassazione i suoi difensori hanno contestato ancora "i tratti dell'offensività" del reclutamento. In tutti i gradi di giudizio, la difesa ha sostenuto che le ragazze avevano scelto liberamente di prostituirsi e che nessun comportamento di Tarantini ne aveva "leso la dignità". Tra le richieste dei difensori, non accolte dalla Cassazione, anche quella di valutare l'eventuale rinvio degli atti alla Consulta per "indeterminatezza" del reato di reclutamento della prostituzione nell'ambito della legge Merlin. Per altro, la Corte Costituzionale era già stata investita del caso, chiamata a giudicare sulla legge che punisce tutte le condotte di terzi che agevolino o sfruttino la prostituzione: in quell'occasione la Consulta "salvò" la norma ritenendo la prostituzione un atto mai completamente libero, dichiarando che trova fondamento nella Costituzione il fatto che lo Stato preveda e punisca il reclutamento e il favoreggiamento.

Foto © Imagoeconomica

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