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L’Associazione Vittime del Dovere ha appreso come il Ministro della Giustizia Marta Cartabia, in esito alla presentazione in Parlamento della Relazione annuale da parte del Garante per i Detenuti e nel corso di alcuni interventi pubblici di questi giorni, abbia evidenziato che il riferito sovraffollamento delle carceri, dopo “l’esodo” del 2020 a seguito della pandemia, desti nuovamente preoccupazione. L’allarme lanciato sembrerebbe superabile, secondo le valutazioni del Ministro, mediante l’adozione di misure alternative alla detenzione, soluzione che a nostro avviso merita una lettura più attenta, tenendo conto di una pluralità di aspetti.
Ricordiamo che la “riduzione di presenze” del 2020, a cui si auspica imprudentemente di ritornare, è il frutto dei provvedimenti, di detenzione domiciliare generalizzata, adottati nel periodo pandemico, già ampiamente criticati per il loro implicito ed ingiustificato contenuto premiale. Tale scelta politica ha dato luogo ad inaccettabili scarcerazioni di pericolosi boss mafiosi, i quali attualmente si trovano ancora tranquillamente agli arresti domiciliari, grazie ai provvedimenti normativi che hanno prorogato fino al 31 luglio tale misura, nonostante la recente possibilità di vaccinazione anticovid.
Negli ultimi mesi, restando assolutamente fedeli al disposto normativo dell’art. 27 della nostra Costituzione, abbiamo espresso più volte il nostro dissenso a pericolose ed incontrollabili “vie di fuga”, argomentando la nostra posizione e facendo riferimento, in prima battuta, ad erronei conteggi relativi al sovraffollamento carcerario, sottolineando la possibilità di intervenire in maniera concreta sui seguenti importanti argomenti: programmazione di edilizia carceraria, accordi per l’estradizione degli stranieri e riduzione delle tempistiche processuali. Riteniamo inoltre debba essere, obiettivamente e nello specifico, ridimensionata l’entità del presunto problema di sovraffollamento carcerario, sempre che di sovraffollamento si possa parlare.
In realtà l’indagine, basata sulla valutazione della popolazione carceraria rispetto alla dimensione dei luoghi di detenzione, indica dati alquanto certi, infatti lo spazio, pro capite di 9 mq per un singolo detenuto (+ 5 mq per gli altri) riservato ai detenuti in Italia, risulta superiore a quello di 6 mq (+ 4 mq per gli altri) ritenuto indispensabile a livello europeo dal CPT (Comitato Prevenzione Tortura).
Partendo dai dati pubblicati sul sito del Ministero della Giustizia, Fonte Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Ufficio del Capo del Dipartimento, è possibile notare che il numero dei detenuti presenti (considerati anche quelli in semi libertà) è pari a 53.660 (al 31/05/2021) rispetto ad una capienza regolamentare di 50.780, secondo le stime pubblicate sul sito www.giustizia.it nella sezione Statistiche in data 25/06/2021. Da qui la dichiarata situazione di sovraffollamento.
Tuttavia, non è indicato il calcolo dei mq effettivamente disponibili quindi, operando a contrario, dai dati presenti sul sito ufficiale e considerando che la superficie media italiana per ciascun detenuto risulta superiore a quella consigliata dal Comitato di Prevenzione della Tortura, ne consegue che lo scarto medio tra le due superfici è infatti pari a 2 mq. Si riporta il calcolo effettuato per gli amanti della matematica:

20210629 comunicato ass vittime del dovere


Inoltre, poiché in realtà con l’aumentare dei detenuti i circa 2 mq tendono a diventare 1 mq, si giunge alla conclusione che il limite, per un numero di carcerati infiniti in una cella, tende a 1 mq, con limite superiore di 2 mq. Ciò vuol dire che, indipendentemente dal numero di detenuti in una cella, l'Italia concede dai 2 mq a 1 mq in più rispetto ai limiti europei. Pertanto, considerando il numero di detenuti calcolati in base capienza carceraria potenziale italiana, si giunge a stabilire che, utilizzando i criteri europei, dovrebbero risultare disponibili ulteriori 50.000 mq di spazio. La superficie totale, se fosse divisa per i mq risultanti dai criteri del CPT, darebbe la possibilità di ospitare un numero maggiore rispetto ai detenuti presenti attualmente secondo la seguente formula:


20210629 comunicato ass vittime del dovere

Dove:
s = 1 numero di mq aggiuntivi per ogni detenuto potenziale
p = 50.780 numero di detenuti potenziali nelle carceri italiane
τ = 6 numero di mq richiesti dal CPT per ogni primo detenuto
Il vero numero potenziale di detenuti nelle carceri italiane è quindi 50.780 + 8.463 = 59.243 e non 50.780
Si aggiunga che questo è un numero conservativo, fatto con prudenza, senza disporre della media dei detenuti per ogni cella, che avrebbe potuto portare ad un numero potenzialmente più elevato.
Per questa ragione il calcolo prende le mosse dalla ricerca di metri quadrati minimi aggiuntivi per un detenuto italiano rispetto ad uno europeo, ipotizzando poi un numero (infinito) di detenuti nella medesima cella per giungere, in modo matematico, ad affermare che in Italia almeno 1 mq per detenuto non è stato tenuto in considerazione. Infatti, l’operazione reale dimostra che i mq da considerare sono 2,12 mq per la precisione. Pertanto, come detto, avremmo la possibilità di ospitare addirittura un totale di 59.243 detenuti.
Si comprende che molti ulteriori aspetti non possono essere analiticamente esaminati, mancando riferimenti ufficiali e precisi all’uso effettivo dei mq riservati solo alle celle, quelli relativi agli spazi ricreativi, servizi, ecc. Inoltre, non vengono nemmeno considerati gli aspetti sostanziali quali l’introduzione della “sorveglianza dinamica” e del sistema a “custodia aperta”. L’Italia, rispetto alla condizione carceraria degli altri Paesi, consente di tenere le celle costantemente aperte permettendo di usufruire degli spazi comuni.
Come mai il Ministero non rende trasparente questi elementi essenziali che darebbero il quadro reale ed effettivo della situazione carceraria italiana?
Quanto emerge è che l’Italia garantisce maggior spazio ai detenuti e che tale spazio, ove correttamente distribuito, consentirebbe un minor ricorso alla condanna da parte dell’Unione Europea di “sovraffollamento carcerario” comminato al nostro Paese.
A ciò si aggiunga l’ulteriore assunto, privo di fondamento statistico, che viene cavalcato dai cosiddetti “garantisti” che narra come le condizioni attualmente presenti nelle carceri influiscano in modo negativo e determinante sul percorso risocializzante e che tutto ciò incrementi la recidiva.
Ad oggi la recidiva, parametro che fornisce la misura effettiva del lavoro di recupero educativo del condannato svolto dall’Amministrazione Penitenziaria, non viene rilevata con perizia, precisione ed uniformità dai vari Istituti penitenziari. Essa ha una determinazione viziata dalla presenza della matricola penitenziaria che omette la registrazione di quei reati commessi durante la detenzione, poiché viene considerato recidivo solo chi, dopo avere scontato la pena e tornato in libertà, ricommette un reato con una nuova matricola assegnata. Quindi, chi durante un permesso premio oppure beneficiando di misure alternative alla detenzione, ad esempio, si macchia di ulteriori reati, amministrativamente non viene considerato recidivo.
La recidiva dovrebbe essere avvalorata da uno studio aggiornato che permetta di valutarne realmente la portata, affinché si determini con modalità scientifiche e oggettive l’efficacia dell’accesso ai benefici penitenziari.
Peraltro, nel giugno 2018 è stato istituito un Osservatorio permanente sulla recidiva, di cui ancora si attendono dati e rilevazioni utili per un’adeguata analisi delle proposte relative all’esecuzione penale, nonostante i solleciti reiterati costantemente da parte della nostra Associazione, finalizzati ad ottenere studi, approfondimenti, relazioni su ciò che rappresenta il metro di misura effettivo e tangibile dell’attività volta alla rieducazione dei detenuti.
Riteniamo, che il ventilato ricorso sistematico alle “misure alternative”, quale soluzione al riferito sovraffollamento, possa essere inteso dalla criminalità come un indebolimento dello Stato e come dichiarazione di intenti antitetica, rispetto al principio di “certezza della pena”. Non monitorare la recidiva in modo rigoroso comporta l’impunità anche per pericolosi autori di reato e ciò rappresenta un fallimento dal punto di vista sociale e morale, nonché, una deriva che contribuirebbe erroneamente alla progressiva e sistematica erosione dell’attuale sistema carcerario.
Per tali ragioni, l’Associazione Vittime del Dovere rivolge un ennesimo accorato appello al Ministro della Giustizia Marta Cartabia e a tutto l’Esecutivo, affinché si valutino concrete misure di riorganizzazione carceraria che coniughino l’attenzione alla dignità umana dei detenuti a quella, anche professionale, degli appartenenti alla Polizia Penitenziaria e delle Forze dell’Ordine, nonché al rispetto degli Italiani onesti.
Abbiamo chiesto ormai da anni un tavolo di lavoro per le Vittime di reato che possa rappresentare, in seno al Ministero della Giustizia, le ragioni di chi subisce violenze, soprusi e danni spesso irreparabili, parimenti all’attività svolta dalla figura del garante dei detenuti.
Ad oggi, dopo reiterate istanze rivolte ai diversi Ministri succedutisi negli ultimi anni non abbiamo avuto alcun riscontro, perché?
Attendiamo risposte, abbiamo il diritto di sapere il motivo per cui il Ministero della Giustizia non ritiene legittime le necessità delle vittime nonostante le indicazioni dell’Unione Europea.
Prima di parlare di misure alternative alla detenzione è indispensabile avere un quadro autentico e completo della situazione carceraria, dando risposte ai tanti quesiti inspiegabilmente ignorati. Riteniamo necessario, pertanto, che la questione carceraria venga considerata in modo complessivo ed olistico, proponendo misure e soluzioni che, nel rispetto dei detenuti e dei loro diritti, non sviliscano il prezioso lavoro dei servitori dello Stato, tutelino realmente i cittadini e onorino il sacrificio dei nostri familiari caduti.

Foto © Imagoeconomica

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