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La relazione della Presidente della Corte d'Appello, Maria Grazia Vagliasindi

"Oggi non è più possibile parlare di mafia, ma bisogna parlare di mafie" e "l'arresto di Matteo Messina Denaro, storico latitante, non può che costituire una priorità assoluta ritenendo che nella situazione di difficoltà di Cosa Nostra il venir meno anche di questo punto di riferimento potrebbe costituire un danno enorme per l'organizzazione". A dirlo, nella sua relazione in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario, è la presidente della Corte d'Appello di Caltanissetta, Maria Grazia Vagliasindi. Nei mesi scorsi lo storico padrino di Castelvetrano, ricercato dal 1993, è stato condannato all'ergastolo perché ritenuto il mandante delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. "E' il terzo processo che si celebra a Caltanissetta per la strage di Capaci e il quinto per la strage di via D'Amelio, dove sono stati condannati capimafia ed esecutori materiali degli attentati - aggiunge - Il latitante originario di Castelvetrano era già stato condannato all'ergastolo per le stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano in cui morirono dieci persone ma non era mai stato processato per le bombe di Capaci e via D'Amelio".
Nel corso dell'istruttoria dibattimentale, è stata ricostruita in particolare "l'ascesa al vertice di Cosa nostra trapanese della famiglia Messina Denaro, stretta alleata dei corleonesi di Totò Riina a partire dalla guerra di mafia degli anni '80". Il presidente Vagliasindi ha anche citato le considerazioni contenute nella "relazione annuale del Procuratore nazionale antimafia per il periodo da luglio 2013 a giugno 2014" a proposito del fatto che "l'avvenuta cattura della totalità dei grandi latitanti di mafia palermitani ha di certo inferto un duro colpo a Cosa Nostra che però trova ancora un punto di forza nella ferrea alleanza patrocinata da Totò Riina, tra le cosche trapanesi ed esponenti delle famiglie mafiose di Palermo”.

La mafia imprenditrice
Come riportato dalla Presidente della Corte d'Appello nissena Cosa nostra continua ad essere l'organizzazione mafiosa di principale riferimento ed è infiltrata in diversi settore dell'economia. "E' presente nell'edilizia, nel movimento terra, nella raccolta e smaltimento dei rifiuti e dei relativi appalti, nell'agricoltura, grazie all'illecito accaparramento di lotti di terreni, anche demaniali, poi utilizzati per ottenere illecitamente contributi pubblici, oltre che nei settori tradizionalmente governati dalla criminalità organizzata, quali il settore del gioco e delle scommesse e del traffico illecito di stupefacenti".
Cosa nostra "ha altresì straordinarie capacità di infiltrazione anche nei territori di altre Regioni (Lombardia, Lazio) oltre che in paesi stranieri (Germania, in particolare). Non meno significativa è la capillare attività di reimpiego di capitali provenienti da tali attività e, in particolare, dal traffico di sostanze stupefacenti e dall'attività estorsiva, che rimane la forma più diffusa di controllo mafioso dell'economia legale e del territorio, posta in essere non solo da Cosa nostra, ma anche dalla Stidda".
Soprattutto in occasione delle tornate elettorali si registra un "momento di fibrillazione per la messa a disposizione di pacchetti di voti al fine di appoggiare candidati ritenuti più avvicinabili, con l'evidente scopo di assicurarsi somme di denaro e altre utilità". A Gela oltre a Cosa nostra con le sue due fazioni che fanno capo al clan Rinzivillo e Emmanuello, sono presenti anche la Stidda e un altro gruppo autonomo facente capo a Giuseppe Alferi. "Nel territorio della provincia di Enna, alla tradizionale ricostruzione che vedeva la presenza delle cinque storiche "famiglie" di Cosa nostra (Enna, Calascibetta, Villarosa, Pietraperzia e Barrafranca), si contrappone da ultimo una situazione fluida, proteiforme, dove, assente una autorevole leadership a livello provinciale, emerge la forza egemone delle famiglie di Barrafranca e Pietraperzia, tra loro strettamente alleate, rimanendo in ogni caso elevato il livello di infiltrazione delle associazioni mafiose operanti nel territorio della provincia". Nel territorio esiste un modello di "mafia parassitaria", determinata "a lucrare facili profitti assicurati dal ricorso a metodi intimidatori, anche impliciti e silenti. Emerge anche una costante tendenza dei capitali mafiosi a rigenerarsi attraverso un aggancio al mondo economico e imprenditoriale".

Foto © Imagoeconomica

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