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E’ accusato di intestazioni fittizie a stampo mafioso

Carmine Sarcone, ritenuto uno dei reggenti della cosca di 'ndrangheta emiliana legata al boss Grande Aracri, è stato condannato in Appello a nove anni di carcere. La Corte bolognese, presieduta dal giudice Gabriella Castore, ha pronunciato la sentenza, dopo che il sostituto procuratore generale Nicola Proto aveva chiesto 12 anni e sei mesi nel processo che lo vedeva imputato con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia di quote societarie aggravate dal metodo mafioso. Era stato arrestato nel gennaio 2018 nella sua Cutro dai carabinieri di Modena. Per la seconda ipotesi di reato era stato assolto in primo grado dove venne però condannato il 21 giugno 2019 a 10 anni per il '416-bis' (la pm della Dda, Beatrice Ronchi, aveva chiesto 18 anni di condanna). Una pena ridotta di un anno dunque per Sarcone - difeso dagli avvocati Stefano Vezzadini e Salvatore Staiano - dopo che il collegio ha riconosciuto le attenuanti generiche ed equivalenti. Imputato anche l'imprenditore casertano Raffaele Tovino, condannato a un anno e quattro mesi (pena sospesa), mentre in primo grado era stato condannato a tre anni. L'accusa per lui è di essersi intestato fittiziamente una società, 'le due Torri', controllata però in realtà - secondo la Dda - da Sarcone. A quest'ultimo veniva contestato di aver gestito l'attività e il patrimonio illecito della cosca e di aver partecipato alle riunioni tra i membri del clan, rappresentando i fratelli detenuti Nicolino, considerato il capo della cosca emiliana e Gianluigi.

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