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Roma. La difesa di Luca Palamara potrebbe contestare in sede processuale e disciplinare l'utilizzo delle intercettazioni choc (tramite trojan nel telefonino) che hanno provocato un vero e proprio terremoto nel mondo della magistratura. La novità dopo che dall'avviso di conclusioni indagini della procura di Perugia è scomparsa la contestazione del reato di corruzione in atti giudiziari per la vicenda della (mancata) nomina dell'allora pm di Siracusa Giancarlo Longo a procuratore di Gela, reato per il quale erano stata autorizzata nei confronti dell'ex membro del CSM e leader di Unicost prima le intercettazioni telefoniche e poi l'immissione del virus telematico nel cellulare. In particolare, i pm umbri all'inizio dell'indagine avevano ipotizzato che Palamara avesse ricevuto 40mila euro dagli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara per favorire la nomina di Longo, peraltro, come detto, mai andata in porto. Contestazione che poi non ha trovato sbocco nell'avviso di conclusioni indagini. Ora, poiché sia le intercettazioni telefoniche scattate dal 26 febbraio 2019 sia quelle realizzate attraverso il trojan dal 3 maggio successivo poggiavano, come si evince dai decreti relativi, su quella accusa, ragiona la difesa di Palamara, quelle intercettazioni non avrebbero mai dovuto farsi.
Nelle intercettazioni in questione emergono i rapporti di Palamara con tanti altri magistrati (che nulla hanno a che fare con il processo di Perugia) ma nessun rapporto con Amara, Calafiore e Longo. Quanto all'imprenditore Fabrizio Centofanti, indagato con l'ex togato del CSM per aver - secondo l'accusa - pagato a Palamara alcuni viaggi, non è stato mai iscritto per l'ipotesi di corruzione in atti giudiziari relativa alla nomina di Longo, ma successivamente è finito nella vicenda per un presunto piano per danneggiare professionalmente il pm di Siracusa Marco Bisogni nell'ambito del procedimento disciplinare, ma anche su questo punto è stata chiesta l'archiviazione.

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