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mori-mario-web25 aprile 2013
"Rispetto alla possibilità che avrebbe consacrato il Ros come punta di diamante nella lotta alla mafia - prosegue ancora il pm Di Matteo nella requisitoria - è oggi incredibile che da parte degli imputati Mori e Obinu si affermi di non avere accertato se il colonnello Riccio avesse comunicato all'autorità giudiziaria i fatti accaduti il 31 ottobre 1995. Tutto si può dire ma non si può credere che in quel momento quell'informazione fosse indifferente per Mori e Obinu se l'aggregato al Ros Riccio avesse reso edotta l'Ag. Il mendacio è evidente e vuole nascondere la gravità di una condotta omissiva gravissima e incontestabile". Secondo l'accusa il Ros avrebbe taciuto alla Procura le notizie apprese dal confidente Luigi Ilardo sulla latitanza di Bernardo Provenzano. Il pm Nino Di Matteo ha poi letto in aule le dichiarazioni rese da due collaboratori di giustizia: Ciro Vara e Antnonino Giuffre'. I due hanno più volte ribadito che, nonostante avesse saputo del mancato blitz a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995, Provenzano avrebbe deciso di restare in quel territorio per altri 5 anni. Il latitante Provenzano lasciò il covo di Mezzojuso, nelle campagne del palermitano, soltanto dopo l'arresto di Benedetto Spera nel 2001. ''E questo avvenne - dice il pm Di Matteo - solo perchè si era reso conto che era saltato il sistema. Che in un contesto investigativo gestito fino ad allora solo dai carabinieri aveva fatto irruzione la polizia riuscita in un mese a catturare Spera e ad arrivare ad un passo da Provenzano''. Il magistrato ribadisce poi in aula, ancora una volta, che Provenzano ha potuto "godere di una lunga e tranquilla latitanza" solo grazie alla trattativa tra Stato e mafia che era stata avviata poco prima dell'estate del 1992, nella stagione stragista di Cosa nostra.

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