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tribunale-palermo-big5 aprile 2013
Palermo. C'era "la volonta' di Mario Mori e di Mauro Obinu di proteggere la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano". Prosegue così la requisitoria del pm Nino DI Matteo nel processo a carico dei due ufficiali dei Carabinieri accusati di favoreggiamento aggaravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Provenzano, poi arrestato nell'aprile 2006. In particolare, il magistrato cita le relazioni di servizio del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio. Di Matteo ribadisce che dalle relazioni emerge la chiara "volontà degli imputati di proteggere la latitanza del capomafia" in "esecuzione di pregressi accordi con istituzioni". Secondo i rappresentanti dell'accusa, oltre al pm Di Matteo in aula ci sono anche il Procuratore aggiunto Vittorio Teresi e il pm Francesco Del Bene, gli ufficiali sotto processo, il 31 ottobre 1995, nonostante le "chiare indicazioni" del confidente Luigi Ilardo, detto 'Gino', non sarebbero intervenuti per catturare il capomafia Bernardo Provenzano. Il magistrato ha quindi letto in aula alcune delle dichiarazioni fatte dal colonnello Riccio ai magistrati. Secondo Di Matteo, Riccio "ha subito indicato al colonnello Mori quale era il casolare di Mezzojuso e le indicazioni per arrivarci che erano molto semplici. Nelle relazioni di servizio di Riccio tutto questo e' indicato con precisione". In particolare, nella relazione del 31 ottobre 1995, cioe' il giorno in cui si sarebbe dovuto catturare Provenzano, ma scritta il 2 novembre, il colonnello Riccio "descrive tutte le informazioni, precise sia sui luoghi che sulle persone, che potevano servire ai militari per catturare il latitante''. "Per la prima volta c'e' un'indicazione specifica a cui Mori dice di avere creduto di un soggetto che dice di avere incontrato Provenzano, di sapere dove si trova e il comandante operativo dei Ros dei carabinieri - si chiede il pm Di Matteo - Invece, Provenzano ha potuto proseguire a Mezzojuso la sua lunga e indisturbata latitanza di Provenzano".

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