5 aprile 2013
Palermo. Il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, il 31 ottobre 1995 hanno dimostratro "la volontà di proteggere e di non interrompere la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano che, in esecuzione di accordi con rappresentanti delle istituzioni, in quel momento garantiva l'abbandono della strategia stragista e l'adozione di un più basso profilo, ritenuta meno pericolosa". Con queste parole il pm antimafia Nino Di Matteo ha cominciato la seconda udienza dedicata dalla requisitoria del processo a carico dei due ufficiali dei carabinieri, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura dell'allora boss latitante Bernardo Provenzano. "L'istruzione dibattimentale ha dimostrato come da parte degli imputati sia stata dimostrata una vera e propria volontà di proteggere Provenzano - prosegue Di Matteo - ma un atteggiamento ancora più spregiudicato è stato il comportamento degli imputati in una fase successiva" all'incontro di Mezzojuso, il piccolo centro del palermitano dove la sera di ottobre del '95 ci sarebbe stato un summit di mafia guidato da Provenzano. Secondo l'accusa Mori e Obinu, che all'epoca dirigevano i Carabinieri del Ros, nonostante le indicazioni del collaboratore Gino Ilardo, non sarebbero intervenuti, proprio per un presunto accordo con pezzi dello Stato, che farebbe parte della trattativa tra Stato e mafia. "Hanno avuto un atteggiamento omissivo - prosegue Di Matteo - nel periodo che parte dalle ore serali dello stesso 31 ottobre 1995, quando tornato deluso dal mancato intervento delle forze dell'ordine dal suo incontro con il latitante Provenzano, Gino Ilardo, quel pomeriggio fornì comunque importanti e specifiche indicazioni per potere immediatamente individuare e catturare facilmente Provenzano. Un comportamento caratterizzato da gravi e palesi e ripetute omissioni accompagnate da una falsa rappresentazione esterna".
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