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Libro alla prima distribuzione

Ci sono figure nelle nostre famiglie, e quindi nella nostra civiltà, che troppo spesso non sono valorizzate, almeno per quello che davvero meritano e almeno da quella che è la mia esperienza: le mamme delle mamme e dei papà, cioè le nonne.
Questo articolo è dedicato a loro.

L'editore mi ha scritto che si aspetta che la stamperia consegni tra il 4 e il 10 di questo mese e quindi, ora, ossia al momento di andare in macchina, siamo prossimi alla prima distribuzione.
A chi mi legge per la prima volta, dico subito che a maggio 2016 ho scritto un libro, Giuseppe, firmato con lo pseudonimo di El Grinta edito da Albatros.
Il libro parla del suicidio realmente accaduto nella notte tra il 24 ed il 25 marzo 2014 a Milano, città in cui vivo, di Giuseppe, il mio primo figlio, all'epoca ventunenne (il primo di tre), quando cioè apre la finestra della sua camera, all'ottavo piano di un palazzo, e si lancia nel vuoto.
Ricostruisco la vicenda a ritroso, a partire dalla notte maledetta, attraverso le pagine di un diario che vi auguro di non scrivere mai.
Giuseppe però è anche la storia di Noemi, l'alter ego femminile di mio figlio.
Proprio così: i pilastri del racconto sono due: l'identità di genere indefinita e il disagio giovanile che porta all’auto distruzione, al secolo hikikomori.
All’inizio, quando ho cominciato a scrivere, non avevo alcun obiettivo se non quello di ritrovare e commemorare Giuseppe, appunto di resuscitarlo "almeno" in spirito, ma, con il passare del tempo, è cambiato tutto, al punto che in questi giorni è in stampa Mio figlio. L'amore che non ho fatto in tempo a dirgli di Marco Termenana - anagramma del mio vero cognome - edito da CSA, di Castellana Grotte, Bari.
Per economia di spazio, salto le ragioni del cambio di titolo, pseudonimo (di cui ho sempre bisogno per tutelare la privacy della famiglia) ed editore e vengo subito al punto cruciale: che mi aspetta ora?
Ieri ho cominciato a preparare i plichi da spedire ai Concorsi Letterari che sono in scadenza, di modo che appena arrivano le mie copie, possono partire. Per i Concorsi Letterari che accettano la versione ebook (che non è in commercio), dodici iscrizioni già sono state perfezionate la settimana scorsa, non appena mi è arrivata dalla casa editrice la versione digitale.
Sono diventato un solitario e non amo minimamente girare per le premiazioni di queste competizioni, ma mi tocca perché è così che decollano i nuovi libri, almeno per Giuseppe è stato così.
Mi viene in mente lo sguardo glaciale di Alessandro Quasimodo, il figlio di Salvatore, dalla Giuria (mi risulta che lo chiamino spesso a farne parte), quando ho parlato al momento di ritirare uno degli ultimi riconoscimenti conseguiti, anzi forse proprio l'ultimo: il simpatico vecchietto (82 anni) le cose non le manda a dire e mi aspettavo che alle mie parole seguisse un suo commento. Salace, ovviamente. Invece non ha detto una parola e ciò, nel mio percepito, è stato vissuto come: "Oggi passi".
Tradotto ancora meglio: "Juaglio', vai avanti!".
Alessandro Quasimodo mi vedrà, come altri, come un principe guerriero, invincibile e magari anche un po' nobile, ma non è così. Non lo sono in quanto sono diventato solo un consumato "morfinomane", dove la "morfina" è data dallo scrivere del figlio scomparso, accompagnata sempre dall'adrenalina ai massimi e da fiumi di caffè nero amaro e forte, che sta bene solo così, cioè scrivendo in eterno di questi temi e strafatto di caffeina.
Buono, almeno al momento, anche il rapporto con gli altri miei due figli, Matteo e Federica (Massimo e Sofia nella storia scritta). Non ho capito mai veramente bene il motivo per cui loro non volevano che raccontassi del fratello. Parlandone una sera con l'editore da padre a padre e non da autore a editore, lui mi diceva: "Vogliono dimenticare".
In parte lo penso anch'io, ma non è solo questo. Per altri versi è anche solidarietà alla madre che pure non vuole per ragioni completamente diverse (nel frattempo ci siamo separati). Dopo anni dalla prima pubblicazione, credo di aver capito che il motivo vero è che loro si vergognano del fratello, non dell'identità di genere indefinita di cui parlo candidamente, ma del fatto che si sia suicidato!
Mia figlia, cioè il membro della famiglia con cui, al momento, ho più intimità, mi dice che si è iscritta a giurisprudenza perché vuole diventare giudice dei minori "per difendere i ragazzi più deboli come lui".
In effetti, ha completamente ribaltato il rendimento che aveva a scuola prima e lunedì ha preso un altro trenta (se non esce con 108/110 e con almeno 28/30 ad alcuni esami base non può accedere al concorso in magistratura).
In questa tempesta di emozioni e di adrenalina e caffeina ai massimi, però, due i miei chiodi fissi: i ragazzi, soprattutto quelli delle scuole medie, e le nonne.
Mi sento sempre addosso gli occhi degli studenti che ho incontrato, soprattutto quelli dei giovanissimi, nella febbrile attesa che parli e spieghi loro come vedo quello che ha fatto Giuseppe e quello che vorrei che facessero e non facessero. Sul perché voglio parlare loro, credo che, fino ad oggi, abbia scritto e spiegato abbastanza e non mi intrattengo oltre, se non per dire, sempre per chi mi sta leggendo ora per la prima volta, che, in estrema sintesi, se parlo del mio libro girando per le scuole di tutto lo Stivale, anche se l'obiettivo iniziale non era questo, del valore aggiunto si crea. Magari minimo, ma si crea e comunque tale che giustifica l'interlocuzione con gli studenti. Perciò, di questo aspetto, ormai più che rodato, non mi preoccupo più di tanto e pur non aspettandomi chissà quale vasta comprensione dal mondo dei dirigenti scolastici, almeno da quella che è stata la mia esperienza con Giuseppe, una buona platea viene a crearsi e, per quello che posso sostenere (devo mettermi in ferie quando giro e se vado nel Centro o Sud Italia mi brucio almeno due giorni per volta da un monte già risicato), sono a posto. Anzi sono già prossimo all'overbooking per il primo anno e quindi qui, oltretutto con una motivazione forte, ripeto, sono messo bene.
Per le nonne, invece, è tutta un'altra musica...
Cominciamo con il dire che, innanzitutto, devo colmare un errore compiuto con Giuseppe, tra i tanti: non ho valorizzato la figura di mia suocera, sebbene se ne parli spesso, forse addirittura più di mia moglie stessa, cominciando da quanto scrive Giuseppe nella lettera che ci ha lasciato, riportata integralmente e fedelmente in entrambi i libri:
"Pensate che ora sarò in pace e non soffrirò più. Starò con la nonna!"
E anche nel capitolo finale (non mi dilungo per non togliere il gusto della lettura a chi vorrà leggermi), mia suocera ha un ruolo nevralgico.
Ora, infatti mi riferisco a quando ho girato per presentare e mi sono intrattenuto poco su di lei, anzi non l'ho mai fatto. Ma sapete perché? Perché io stesso, del suo valore, di quanto abbia voluto donare ai miei figli con autentica spontaneità e disinteressata abnegazione e, in una parola, di tutta la sua importanza per la vita della mia famiglia, me ne sono reso conto solo dopo, con il passare degli anni ed è questo quello che ora vorrei far capire a chi mi legge e o viene a sentirmi nelle presentazioni in giro per l'Italia: il ruolo nevralgico ed importante che lei ha avuto nella vita dei nipoti, al secolo i miei figli.
Non voglio minimamente pensare a tutte le occasioni che ho perso andando per scuole e avendo di fronte dei ragazzi che pendevano dalle mie labbra, dove avrei potuto evidenziare quant'è importante il rapporto che si ha con i propri nonni, dimenticando inoltre anche quello che avevo con la mia paterna, e quindi di stare attenti a non sciuparlo perché poi non ritornerà più indietro per tutta la vita (tra parentesi, la prova provata, qualora ce ne fosse bisogno, che non sono un "crociato" come mi vede Alessandro Quasimodo ma solo un "morfinomane" che non perde occasione di farsi, è proprio questa).
Non voglio neanche scrivere che se la nonna fosse stata in vita magari Giuseppe non avrebbe fatto quello che ho fatto, innanzitutto perché non ne sono certo e secondo perché entrerei nel campo delle illazioni e non ne voglio fare, almeno ora.
Giova precisare, e qui poi mi fermo, che, soprattutto nei primi anni, e la cosa è cominciata a migliorare solo con la nascita dei figli, il rapporto che c'è stato tra mia suocera e me non è stato affatto idilliaco, anzi è stato molto burrascoso. Ricordo bene le storiche e violente "appiccicate" che ci siamo fatti all'inizio su tutto e tutti e non ho difficoltà a scrivere - e questa sì che non è un'illazione ma pura verità! - che, probabilmente, più di una volta, se fosse stato un uomo, saremmo arrivati alle mani.
Ma perché, ahimè, la storia non la si capisce subito, quando la si vive, ma solo quando smette di essere cronaca e diventa appunto storia? Non lo so.
Fine. Qui mi fermo per davvero. Su tutto.
Me lo sono chiesto spesso dall'epoca della notte maledetta, ma ancora non lo so: perché la sorte ha voluto riservare alla mia famiglia e a me quello che ci è capitato? Però, e di questo ne sono convinto, per dirla con La Malfa padre, "se il destino non è un cinico baro, avremo presto la nostra rivincita" e se ho detto qual è la rivincita di mia figlia, la mia rivincita, un'autentica vendetta verso la vita, è questa: raccontare le cose come stanno per davvero.
Perché (parlo per tutti e due, Federica e me)?
E che ne so... qui mi dovete aiutare voi che avete letto sin qui e farvi un'idea autonomamente!

L’autore è contattabile attraverso la sua nuova pagina Facebook "Marco Termenana”.

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