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Una sentenza che è destinata a rappresentare un precedente per i circa 3mila militari colpiti da linfoma durante il servizio. "Non va demonizzato il vaccino di per sé - chiarisce l'avvocato - ma le tempistiche delle somministrazioni troppo ravvicinate"

Morto per una leucemia fulminante dopo la somministrazione di undici vaccini in appena otto mesi. La Corte di Cassazione ha confermato il nesso di causalità tra quelle vaccinazioni e il decesso di Fabio Mondello, un volontario in ferma breve dell'Esercito, originario di Gallipoli. "È la prima causa che arriva in Cassazione e visto che la Corte ha confermato il nesso di causalità si tratta a pieno titolo di una sentenza che è destinata a rappresentare un precedente per i circa 3mila militari colpiti da linfoma durante il servizio", è il commento dell'avvocato della famiglia, Francesco Terrulli.

La storia di Fabio
Il giovane salentino si arruola agli inizi del 1999. Mesi dopo inizia ad effettuare tutte le vaccinazioni. Ben 11 fino ad aprile del 2000. In quel periodo Mondello è in servizio a Civitavecchia. È sano e con una salute di ferro. Fino a quando non inizia ad accusare febbre, debolezza e continue perdite di sangue dal naso. Ricoverato, la diagnosi è atroce: leucemia. E dopo neppure un anno il giovane militare muore a soli 21 anni.
Da quel momento i genitori del ragazzo hanno avviato una battaglia "iniziata 12 anni fa per ottenere giustizia per un figlio - precisa l'avvocato della famiglia - che mai niente e nessuno potrà restituire".

La controversia giudiziaria
Dopo un primo ricorso presso il Tribunale di Lecce, la svolta arriva nel secondo grado di giudizio quando la Corte d'Appello riconosce il nesso di causalità tra le vaccinazioni e la morte del militare salentino alla luce delle risultanze di una consulenza tecnica d'ufficio e di un ampio carteggio depositato dalla difesa.
"Non va demonizzato il vaccino di per sé - chiarisce l'avvocato - ma le tempistiche delle somministrazioni troppo ravvicinate".
Di fatto la battaglia legale si è trasformata in un iter giudiziario lungo, sfiancante e doloroso per i familiari di Fabio. Contro quella decisione il Ministero stesso ha presentato ricorso alla Cassazione che, per due volte, ha confermato la sentenza della Corte d'Appello senza entrare nel merito "perché il provvedimento dei giudici leccesi - spiega l'avvocato Terrulli - era molto motivato".
La Cassazione, con la sentenza dello scorso 25 novembre, ha così riconosciuto "l'alta probabilità statistica che il considerevole numero di vaccinazioni somministrate in brevissima sequenza temporale abbia causato o comunque favorito la malattia acuta letale. Il nesso di causalità è un punto fermo sotto il profilo medico, legale e scientifico", spiega l'avvocato.

Ancora irrisolta la questione dell'indennizzo
Battaglia vinta? No. Solo in parte. Rimane aperto il fronte dell'indennizzo che il ministero della Salute dovrebbe concedere ai familiari della
vittima: 65mila per una vita umana volata in cielo a soli 21 anni anche se "nessuna cifra potrà ripagare il dolore di una famiglia che ha perso il proprio figlio in pochi mesi". Un fronte su cui Corte d'Appello e Cassazione hanno adottato interpretazioni differenti. Per i giudici di secondo grado per ottenere tale indennizzo sarebbe stato sufficiente dimostrare la coabitazione e non che i superstiti, ossia i genitori del militare, risultassero "a carico del ragazzo deceduto".
Mondello aveva la residenza a casa dei genitori, di cui era convivente, quindi ai genitori ed eredi sarebbe spettato - secondo la Corte d'Appello - l'indennizzo.
La Cassazione, però, ha adottato un orientamento differente accogliendo il ricorso del ministero della Salute con l'avvocatura dello Stato basato sul presupposto che il militare non manteneva i genitori e che gli aventi diritto all'indennizzo da parte del dicastero risultavano "i soli superstiti a carico delle persone decedute" e non anche i conviventi.
La Suprema Corte ha così rimandato gli atti davanti alla Corte d'Appello per una nuova valutazione nonostante le perplessità dell'avvocato Terrulli "perché risulta impossibile che un ragazzo di soli 20 anni, alla sua prima esperienza lavorativa fuori di casa, possa già trovarsi nelle condizioni di mantenere i propri genitori".
(30 novembre 2020)

Tratto da: bari.repubblica.it

Foto © Imagoeconomica

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