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renzi tiziano c ansaIl nostro giornale, difeso dall’avvocato Malavenda, ha vinto su tutta la linea Secondo la Suprema Corte nessun magistrato può “cercare” così le fonti dei giornalisti
di Marco Lillo
Ci sono voluti sei mesi ma alla fine la Cassazione ha fatto giustizia sulla perquisizione al Fatto per il libro Di padre in figlio sui Renzi. Le memorie dei pc e dei telefonini, tutte le carte e i supporti informatici sequestrati dai pm di Napoli saranno restituiti con tante scuse e senza la possibilità di farne una copia. Il Fatto, difeso dall’avvocato Caterina Malavenda, venerdì scorso ha vinto su tutta la linea.
La Cassazione ha annullato la perquisizione e il sequestro che erano stati stigmatizzati anche da Ordine dei giornalisti e Federazione nazionale della stampa. Sandra Bonsanti aveva dichiarato: “I cittadini avevano tutto il diritto di sapere. Ha ragione Lillo a chiedere perché abbiano preso il suo telefono e non quello di Tiziano Renzi. Si procede con pesantezza e caparbietà solo nei confronti di chi ha il dovere di informare i cittadini”. Era il 5 luglio del 2017. All’alba una dozzina di finanzieri furono impegnati tra Roma, il Veneto e la Calabria nelle perquisizioni di quattro case, un’automobile, una moto, un giornale, una tipografia.
I pm di Napoli Alfonso D’Avino e Graziella Arlomede quel giorno ordinarono di fare copia di tutto e affidarono il contenuto a un perito con il solito trucco della restituzione del guscio dei supporti. Cosa era accaduto di tanto grave? Un mese e mezzo prima era uscito il libro Di padre in figlio che aveva fatto arrabbiare parecchio Matteo Renzi soprattutto per la pubblicazione della conversazione con il padre. Tutta la vicenda è ricostruita nella nuova edizione economica di Di padre in figlio, che il Fatto ha mandato in edicola in questi giorni con il racconto del post e un nuovo capitolo pieno di notizie inedite.
La prima edizione del libro è uscita in libreria il 26 maggio e in edicola il 18 maggio. Il 22 maggio, prima ancora che il libro fosse in libreria, il procuratore di Napoli facente funzioni, Nunzio Fragliasso, già lo aveva letto tutto e scriveva ai pm Henry John Woodcock e Celeste Carrano per chiedere loro se le notizie pubblicate in un centinaio di pagine dell’opera fossero coperte da segreto. Il giorno dopo, 23 maggio, Fragliasso va a Roma per fare una riunione di coordinamento con il collega Giuseppe Pignatone. Gli avvocati di Romeo nella mattinata con tempismo perfetto gli avevano presentato una denuncia contro il libro così quando il procuratore di Roma ricorda a Fragliasso che dovrebbe essere lui a indagare, il procuratore di Napoli può replicare: “È mio interesse accertare cosa è successo nell’Ufficio da me attualmente diretto, tanto più che proprio stamattina i difensori di Romeo hanno presentato presso la Procura di Napoli una denuncia in relazione al libro di Marco Lillo”. Così, con una sorta di placet preventivo della Procura di Roma, il 5 luglio del 2017 i pm di Napoli possono perquisire il Fatto, la sua tipografia in Veneto e tutte le abitazioni di chi scrive. Non solo quelle in cui vivo a Roma e in Calabria ma anche quella della mia ex moglie più quella di mio padre 96enne in Calabria. I finanzieri portano via i miei telefonini, quello dell’art director del Fatto, Fabio Corsi, quello della mia ex moglie, “colpevole” di avere avuto contatti telefonici con un’amica che lavora alla Rai. Pensavano, sbagliando, fosse Federica Sciarelli. Poi copiano il mio computer, quello della mia compagna, giornalista anche lei, e quello dell’art director Fabio Corsi.
Venerdì la Sesta Sezione della Suprema Corte, presieduta da Giorgio Fidelbo, relatore Antonio Corbo, ha annullato l’ordinanza del Tribunale del riesame di Napoli che aveva dato ragione ai pm. Non solo. Ha disposto anche che vengano restituiti tutti gli oggetti in sequestro compresa la copia forense, il vero obiettivo dell’operazione. Così i contenuti dei pc e dei telefoni, tornano a casa e nessun magistrato potrà metterci il naso per scoprire le nostre fonti.
Per l’ennesima volta, la Cassazione annulla di fatto un decreto di perquisizione e sequestro, emesso nei confronti di un giornalista, con il chiaro obiettivo - spiega l’avvocato Caterina Malavenda - di risalire alla sua fonte, sapendo che, ove richiesto di rivelarne l’identità, opporrebbe il segreto professionale. Un orientamento consolidato che non impedisce, però, alle Procure di eseguire provvedimenti che quasi certamente verranno ritenuti illegittimi”. Per l’avvocato Malavenda “però, nell’attesa che la Suprema Corte si pronunci, quei provvedimenti consentono di entrare nella vita del giornalista, di risalire ai suoi contatti e di ricostruire il suo rapporto con le fonti, così incutendo in chi vorrebbe raccontare quel che sa il timore di essere identificato, nonostante l’accordo di riservatezza con il giornalista. Chissà quante notizie così facendo si sono perse e si perderanno, con buona pace del diritto di informare ed essere informati”.

Il Fatto Quotidiano del 21 Gennaio 2018

Foto © Ansa

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