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chinnici giovanniPalermo. "Papà certamente fu lasciato solo e isolato in momento in cui la sua azione non solo non venne compresa ma fu anche osteggiata da parte delle istituzione che in quegli anni erano in combutta con la criminalità organizzata. Certo, leggendo oggi certe pagine scritte da lui si vede come molte delle sue idee sono attuali. Mio padre inaugurò quella figura di magistrato come la intendiamo oggi: non un funzionario dello Stato, ma un uomo che scende nel sociale, che si confronta e parla con i giovani. Questo è il suo messaggio più importante". L'ha detto Giovanni Chinnici, figlio di Rocco, ucciso 34 anni fa davanti alla sua casa di via Pipitone Federico, a Palermo, dove è stato commemorato alla presenza del comandante generale dei Carabinieri Tullio del Sette, dei vertici delle forze dell'ordine, del prefetto di Palermo Antonella De Miro, del presidente dell'Ars Giovanni Ardizzone. "Mio padre ebbe due intuizioni - aggiunge - Comprese negli anni '70 che la mafia cambiava pelle e diventava potente grazie ai proventi del traffico di stupefacenti e capì che il singolo magistrato non poteva essere efficace; creò un gruppo di lavoro il pool antimafia, dove chiamò Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. La seconda intuizione fu quella di colpire i patrimoni, a partire dal 1982 con la legge Rognoni-La Torre. Infine, stabilì un rapporto con i giovani, in anni in cui c'era chi metteva in dubbio l'esistenza della mafia. Invece, lui andò nelle scuole a parlare con i ragazzi".

ANSA

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