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grassi libero 54di Giuseppe Lumia
Libero Grassi, venticinque anni dopo. Una storia da non dimenticare. Un esempio ancora attuale. Così penso che possano sintetizzarsi il sacrificio e il significato, ancora odierno, che ha la lotta al racket.

Le mafie non possono rinunciare al pizzo. Per loro è una funzione vitale. Con le estorsioni finanziano il loro ‘welfare interno’, mantengono in vita così le famiglie dei detenuti, pagano le ingenti spese processuali, assicurano lo stipendio all’esercito degli affiliati della base della struttura mafiosa, senza  sottovalutare che rimangono cospicui introiti anche per i capi-boss.
Ma non basta. Con il racket le mafie esercitano il c.d. controllo del territorio, una funzione strategica e delicatissima grazie alla quale le mafie esercitano quella sorta di funzione di Stato nello Stato, Stato-mafia che collude normalmente. E solo quando è necessario ed inevitabile si scontra con lo Stato democratico.

Ma nel racket c’è un’altra funzione che le mafie esercitano e che Libero Grassi intuì in modo particolare: quando un imprenditore paga il pizzo viene meno in sostanza la sua natura di imprenditore economico e quindi viene compromessa la più generale libertà di mercato. Non è cosa da poco, per cui anche questo aspetto va preso in seria considerazione. La libertà di mercato è vitale per gli imprenditori e per la crescita economica di un Paese. L’unica potestà regolatrice deve essere quella dello Stato che deve esercitarla con molta delicatezza. Se anche la mafia pensa di svolgere una sua funzione i danni diventano incalcolabili per l’aspetto sociale che si mette in discussione, cioè la funzione dell’imprenditore nell’economia, ma anche per i limiti occupazionali a tutti noti, che inevitabilmente così si accrescono.

Libero Grassi capì tutto questo e disse no, ma non disse un no privato e silente, lo gridó al mondo intero svelando anche un grave problema all’interno del mondo imprenditoriale con in testa le loro associazioni. Basti pensare a Confindustria di allora che lo lasció solo, negando il problema.
Da allora è stata fatta molta strada, venticinque anni non sono passati del tutto invano, abbiamo leggi che promuovono e sostengono chi denuncia il racket. Ci sono incentivi per gli imprenditori che scelgono di passare dalla parte della libertà e con lo Stato, con un sistema di convenienze particolarmente vantaggioso. È stato un cammino travagliato, pieno di ostacoli come sempre avviene in Italia quando si apre una nuova strada nella lotta alle mafie. Il sacrificio di Libero Grassi è stato alla base di questo inedito cammino portato avanti da un’altra grande intuizione nella lotta alle mafie: l’associazionismo anti-racket nato a Capo d’Orlando per opera di un coraggioso gruppo di imprenditori guidati da Tano Grasso e oggi diffuso su tutto il territorio nazionale, con un impulso notevole ricevuto anche dalla più recente esperienza di AddioPizzo.

A venticinque anni di distanza dalla morte di Libero Grassi possiamo dire di avere sconfitto la mafia del racket? Purtroppo no. Possiamo fare un salto di qualità? Penso proprio di sì. Denuncia incentivata e associazionismo organizzato devono adesso confrontarsi con tre questioni ancora aperte.

1. La prima questione attiene all’ipotesi da mettere ancora in campo e su cui da anni mi batto. Mi riferisco alla denuncia obbligatoria delle richieste estorsive. Ci credo molto e spero che oggi il consenso su questa scelta di rottura frontale con le mafie possa essere meglio valutata. Nessuno pensi che questa idea possa aggravare il rischio per gli  imprenditori. Non è così, anzi l’imprenditore potrebbe avere dalla sua un obbligo oggettivo da usare nel dire no alle mafie che prescinde dalla sua discrezionalità nel dire sì o no al pizzo. La protezione si allargherebbe, ma le sanzioni  per chi non denuncia non devono essere di tipo penale: nella mia idea di denuncia obbligatoria la sanzione deve essere di tipo amministrativo come, ad esempio, la sospensione per un certo periodo dell’attività. Un meccanismo che oggi è in vigore solo per gli imprenditori che partecipano agli appalti pubblici. Per loro, infatti, è prevista l’obbligatorietà della denuncia.  Estendere a tutti gli imprenditori questo obbligo con incentivi fiscali e contributivi ancora più incisivi rispetto agli odierni farebbe fare un passo in avanti senza precedenti, avremmo in breve tempo più di un milione di imprenditori che di fatto non finanzierebbero più le mafie, senza correre i rischi cui andò incontro Libero Grassi.
Su questa proposta bisogna naturalmente trovare una ampia condivisione. Non basta una legge per imporla, é necessario condividerla e sostenerla tutti insieme.

2. La seconda questione attiene alla necessità di sburocratizzare ancor di più il sistema degli incentivi e facilitarne l’accesso ad una platea vasta di soggetti. A chi denuncia va garantita la possibilità di mantenere in vita la propria attività e di reggere quell’impatto micidiale che la mafia mette in moto nei confronti di chi denuncia con l’isolamento commerciale dell’imprenditore, che ancora ‘funziona’ e ottiene risultati.
Certo bisogna stare attenti agli abusi, anzi questi vanno colpiti con la massima severità, ma per evitare gli errori  non dobbiamo  rendere  la vita impossibile per chi denuncia.
Stesso ragionamento vale per la sicurezza, a cui lo Stato non deve mai rinunciare per scarsezza di mezzi. Capisco che l’onere è gravoso, ma la protezione non deve mai essere lesinata a chi denuncia perché, anche a distanza di tempo, la mafia è pronta a colpire come la storia tragicamente ci insegna.

3. L’ultima questione che mi preme sottolineare è  il coinvolgimento dei cittadini, delle banche, delle associazioni imprenditoriali, della magistratura, delle forze dell’ordine,  dello Stato in generale e della stessa politica. Ognuno può fare qualcosa in più. ‘PizzoFree’ deve diventare la grande risorsa dell’economia italiana. Dobbiamo promuovere le imprese, i negozi, gli artigiani, gli operatori turistici, gli studi professionali … che non pagano e denunciano. Innanzitutto premiando, da consumatori, chi fa una scelta coraggiosa contro le mafie. In tal senso il percorso è già avviato, tante esperienze già si stanno consolidando sul territorio. È maturo il tempo per  farle diventare una risorsa aperta a tutti ed in grado di coinvolgere milioni e milioni di italiani e su cui anche le istituzioni possano dare il meglio di sé, attraverso comportamenti e regole ancora più diretti contro la mafia delle estorsioni.

Sono passati venticinque anni dalla morte di Libero Grassi. Adesso sappiamo tutto del fenomeno del racket. Puntare al salto di qualità è possibile ed è il miglior modo per fare memoria e rilanciare l’impegno che questa grande e luminosa testimonianza di vita ci indica.

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