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8 marzo 2012
Caltanissetta. «Elementi indiziari in ordine alla possibile presenza e partecipazione alle stragi del 1992, ma anche all'attentato dell'Addaura del 1989, di soggetti esterni a 'Cosa nostra', emerge da altre investigazioni condotte da questa Procura basate su fonti probatorie diverse da Massimo Ciancimino: sicchè su questo tema di indagine la partita non può affatto definirsi conclusa». È quanto scrivono i giudici di Caltanissetta nell'ambito della nuova inchiesta per la strage di via D'Amelio. Ma i giudici ritengono anche che «fino ad oggi non sono emersi elementi di prova utili a formulare ipotesi accusatorie concrete a carico di individui ben determinati da sottoporre al vaglio di un giudice». «In particolare, su questo peculiare versante probatorio -sottolineano i Pm- nessun elemento concretamente utilizzabile è emerso dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, che è stato addirittura incriminato da questa Procura per calunnia».
Secondo i magistrati nisseni Borsellino venne ucciso perchè era ritenuto dal boss Totò Riina come un «ostacolo» alla trattativa tra Stato e mafia. Una trattativa che «sembrava essere arrivata su un binario morto» che il boss dei boss voleva «rivitalizzare» con una sanguinaria esibizione di potenza. Ne sono convinti i magistrati nisseni. «La tempistica della strage è stata certamente influenzata dall'esistenza e dalla evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e 'cosa nostra', scrivono.

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