La protesta dei lavoratori dell’Ilva si è estesa rapidamente da Genova a Taranto, trasformandosi in un’ondata di scioperi improvvisi e blocchi che hanno paralizzato infrastrutture cruciali. A Taranto, le sigle sindacali hanno lanciato uno sciopero immediato dalle 12, dichiarando che andrà avanti a oltranza. La decisione arriva mentre a Genova i lavoratori sono fermi da lunedì, con un obiettivo condiviso: ottenere un incontro unitario a Palazzo Chigi e il ritiro del piano presentato dal ministro Adolfo Urso. Secondo i metalmeccanici, “questo atto di protesta rappresenta un momento fondamentale per difendere i diritti di tutti i lavoratori e garantire un futuro di stabilità e dignità nel mondo del lavoro”.
Nel capoluogo ligure la mobilitazione ha preso una piega ancora più visibile: gli operai dell’ex Ilva, insieme a quelli di Ansaldo Energia e Fincantieri, hanno bloccato gli accessi all’aeroporto per poi dirigersi in corteo verso l’autostrada. L’occupazione del ponte San Giorgio ha costretto Autostrade a chiudere la A7 all’altezza del bivio con la A12 in entrambe le direzioni, con ripercussioni anche sulla A10 dove si sono formate code di diversi chilometri. Durante il corteo, il rappresentante della Fiom Armando Palumbo ha lanciato un appello diretto: “Lanciamo un messaggio al governo, contro le chiacchiere. Il lavoro, a partire da Ilva, deve arrivare a Genova. Non andare via”.
La mattinata è stata scandita dall’assemblea delle 9 e dalla successiva marcia lungo le strade del Ponente: via Guido Rossa è stata chiusa da tutti gli accessi e la colonna di lavoratori ha raggiunto piazza Massena, per poi dirigersi verso lo scalo aeroportuale, occupato per pochi minuti prima del trasferimento sull’autostrada. Da più fronti è arrivata la richiesta al governo di intervenire con urgenza. Il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, ha ribadito che “ai lavoratori dell’ex Ilva, in occupazione a Genova e a quelli in mobilitazione a Novi Ligure e Racconigi, Palazzo Chigi deve dare ora una risposta urgente. È inaccettabile il piano per chiudere l’ex Ilva. Noi non chiediamo cassa integrazione, ma un piano per il lavoro”.
Toni altrettanto duri sono giunti dalla Uilm: per il segretario generale Rocco Palombella, “la situazione rischia di degenerare. Prima di tutto, il governo deve eliminare il piano di morte che ci è stato presentato e fare tutto ciò che è necessario per salvare la produzione di acciaio in Italia. Non vogliamo dividere cittadini e lavoratori, tutti vogliamo una fabbrica green con una vera decarbonizzazione. La Meloni ci metta la faccia, questa vertenza è arrivata a un punto di non ritorno ed è per questo che serve la massima responsabilità di tutti”.
I leader di Fiom, Uilm e Fim – rispettivamente Michele De Palma, Rocco Palombella e Ferdinando Uliano – hanno inviato alla presidente del Consiglio una lettera in cui chiedono la convocazione immediata di un incontro per rivedere il “piano corto” sugli stabilimenti. Avvertono anche che, senza una risposta tempestiva, saranno avviate nuove iniziative di mobilitazione nazionale. Lo sciopero genovese è partito dopo le dichiarazioni del ministro Urso, che venerdì ha comunicato agli enti locali che da Taranto non sarebbero più arrivati i rotoli da zincare, paralizzando l’intero reparto. Il ministro ha intanto calendarizzato una serie di riunioni con Regioni ed enti locali per il 4 e 5 del mese e un incontro congiunto la settimana successiva, ma per i sindacati le misure restano insufficienti.
Foto d'archivio © Imagoeconomica
Operai dell'Ilva bloccano l'aeroporto di Genova e occupano l'autostrada: ''Vogliamo dignità nel lavoro''
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