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Nelle settimane scorse nell’aula della commissione Giustizia della Camera si sono svolte alcune importanti audizioni sul decreto. Tra gli interventi c’è stato anche quello di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che è intervenuto per criticare con durezza un decreto che, ha detto, rischia solo di peggiorare il sovraffollamento carcerario. Antigone ha anche presentato un documento molto duro e al contempo informativo sul decreto: “Per la prima volta in assoluto si apre alla possibilità che il bambino venga strappato a sua madre. Il decreto prevede infatti che la donna che non si comporta a dovere (compromette l’ordine o la sicurezza dell’istituto, diciture – di cui il decreto è pieno – sufficientemente vaghe da permettere qualsiasi arbitrio) mentre è sottoposta alla custodia cautelare in un Icam possa venire trasferita in un carcere ordinario senza suo figlio. Per lui o per lei verranno allertati i servizi sociali”. Tra le norme più pericolose presenti nel testo che “cancella tasselli di Stato di diritto”, vi è il nuovo delitto di rivolta penitenziaria: “Con esso il Governo ha deciso di stravolgere il modello penitenziario repubblicano e costituzionale, ricollegandosi al regolamento fascista del 1931. Il delitto di rivolta carceraria, così come formulato nel decreto, sarà un’arma sempre carica di minaccia contro tutta la popolazione detenuta. La violenza commessa da un detenuto verso un agente di Polizia penitenziaria, che già prima era ampiamente perseguibile, ora è parificata alla resistenza passiva”. In sintesi, se tre persone detenute che condividono la stessa cella sovraffollata si rifiutano di obbedire all’ordine di un poliziotto, con modalità nonviolente, “scatterà la denuncia per rivolta e una ipotetica condanna ad altri 8 anni di carcere senza potere avere accesso ai benefici penitenziari, in quanto la rivolta viene parificata ai delitti di mafia e terrorismo. È la trasformazione del detenuto in corpo docile che deve obbedire”. Con il delitto di rivolta carceraria, che vale anche per i migranti reclusi nei CPR, “è evidente il richiamo alle norme presenti nel regolamento carcerario fascista del 1931, quando si prevedeva che ‘i detenuti devono passeggiare in buon ordine e devono parlare a voce bassa’ o che per ‘dare spiegazioni alle persone incaricate della sorveglianza i detenuti sono obbligati a parlare a bassa voce’ o infine che ‘sono assolutamente proibiti i canti, le grida, le parole scorrette, le domande e i reclami collettivi’”. Contro queste derive securitarie insomma giuristi e operatori del diritto scenderanno in piazza questa settimana.

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