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Sales: “Sono più di 180 i clan presenti oggi nel Centro–Nord”

Lupo: “Sbagliato protestare se la pena è più lieve, è cittadinanza intossicata da odio e faziosità”

“La presenza delle mafie non è problema irrisolvibile per uno Stato che vuole fare lo Stato fino in fondo, ma occorre liberarsi di una serie di luoghi comuni: non è vero che le mafie sono sempre esistite e che sono un fenomeno tipico delle aree arretrate. Oggi abbiamo più di 180 clan al Centro e al Nord del Paese. La Lombardia è la quinta regione per numero di omicidi mafiosi e se guardiamo all'indice di presenza mafiosa - dato da rilevatori come arresti, confische, scioglimento dei consigli comunali - nelle prime 36 province italiane ce ne sono ben 10 del Centro-Nord. Ciò dimostra come sia un altro luogo comune considerare le mafie come dei pesci fuor d'acqua fuori dai loro territori. Le mafie sono state in grado di sopravvivere ad ogni regime politico e hanno mantenuto una loro forza sia quando lo Stato ne ha garantito loro una forma di impunità, sia quando lo Stato ha mostrato il suo volto repressivo. Mostrano una straordinaria capacità di adattamento ai tempi e si sono sempre mosse attorno alla predazione della ricchezza”. Lo ha detto il professore Isaia Sales, docente Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, intervenendo alla quarta videoconferenza del progetto educativo antimafia organizzata dal Centro Studi Pio La Torre.
A discutere, oltre a Sales, dell’“Evoluzione delle mafie nel XXI secolo dopo la fase stragista del Novecento” sono stati: Salvatore Lupo, docente Università di Palermo, Alberto Vannucci, docente dell'Università di Pisa e la vicepresidente del centro, Rita Barbera, che ha moderato l’incontro.
Oltre 600 i collegamenti registrati oggi dalla piattaforma tra scuole e istituti penitenziari che, come ha ricordato la vicepresidente Barbera, “in questo momento sono alle prese con un’impennata di contagi da Covid- 19 e che seguono in streaming le videoconferenze del progetto educativo”. Dalle stragi alla collusione, dalle strategie di adattamento alla diffusione capillare nel territorio e nell’economia, dal contrasto al senso della pena: questi i temi al centro delle domande degli studenti pervenute nel corso della videoconferenza.
“Le mafie non sono intrinsecamente forti – ha detto Salvatore Lupo - sono potenti in quanto le istituzioni, i governi e i popoli non le contrastano, perché ci sono complici, distratti o perché non sembrano un grande pericolo”. “C'è poi un principio di civiltà giuridica a cui tengo molto - ha aggiunto Lupo - La politica e la magistratura sono chiamati a difendere i diritti di tutti, compresi i criminali. Ognuno deve pagare per quello che fa, ma le pene devono essere decenti. Chi va in prigione deve comunque essere trattato con decenza e civiltà e tutto questo deve essere distinto dal nostro impegno politico e civile, perché non siamo noi a dover dire chi è innocente o colpevole. Trovo sbagliato protestare se qualcuno viene condannato a una pena più lieve, non è questa la cittadinanza consapevole. Questa è una cittadinanza intossicata da odio e faziosità. La forza della collettività sta nel contrastare questi fenomeni così pericolosi alla luce dei principi della civiltà giuridica. I reduci delle organizzazioni mafiose hanno bisogno di incontrarsi in un mondo che non li faccia ricadere nei disvalori mafiosi. Per far questo il carcere deve essere un luogo di vita decente, deve rieducare e non estremizzare l'esclusione e l'inimicizia tra le persone e le istituzioni: occorre stare attenti quando si applicano meccanismi di carcerazione particolarmente afflittiva perché in qualche caso possono sembrare necessari, ma trasportati al di là dei loro limiti anche temporali rischiano di essere contraddittori con la finalità della rieducazione”.
“I cambiamenti delle mafie sono dettati da due condizioni: la necessità di adeguarsi alla repressione degli organi di sicurezza e le opportunità che si presentano davanti a loro – ha poi aggiunto Sales - Affermare che le mafie sono sempre esistite vuol dire che sono invincibili, invece la loro sconfitta o il loro ridimensionamento è alla nostra portata, alla portata di un mondo politico, economico e istituzionale serio. Se non ci siamo riusciti finora non è perché le mafie sono state troppo forti, ma perché la risposta non è stata adeguata”.
“Le organizzazioni mafiose sono come i serpenti che cambiano pelle per adattarsi - ha detto Alberto Vannucci, docente dell'Università di Pisa - la Legge Rognoni - La Torre nasce da una risposta seria e rigorosa dello Stato”. Il professore ha poi ricostruito le strategie utilizzate dalla criminalità organizzata facendo riferimento all’inchiesta Mani pulite, avviata 30 anni fa: “Il 1992 è stato anche l'anno dell'omicidio di Salvo Lima. Come ricordava il giudice Paolo Borsellino, 'Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra, o si mettono d'accordo'. La storia delle relazioni tra politica e mafia è la storia di due poteri nei quali ha sostanzialmente prevalso la logica del mettersi d'accordo - ha aggiunto Vannucci - Con Mani Pulite c'è stata la rottura di un equilibrio che per decenni si era consolidato grazie a micro-patti che hanno legato amministratori pubblici, mafiosi e componenti della burocrazia. Dopo la rottura di questo patto si è creato un nuovo equilibrio che in qualche caso ha rivelato degli attriti nei termini negoziali. Oggi le mafie fanno meno ricorso all'intimidazione e più alla corruzione”.
Il docente ha poi letto come esempio plastico un estratto di un’ordinanza di custodia cautelare che ha riguardato un assessore regionale intenzionato a incrementare il proprio consenso elettorale e “utilizzato dalle cosche come risorsa per consolidare il proprio potere sul territorio. A 30 anni da Mani Pulite è successo nel 2012, in Lombardia: ecco i nuovi termini di un accordo di natura simbiotica tra attori politici e mafiosi”.

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