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"Mi fu subito chiaro che la storia e il miracolo di Rosario Livatino non rispondevano al cliché del 'giudice ragazzino' che va incontro alla morte senza sapere e capire".
E' don Giuseppe Livatino, parroco e primo postulatore del processo di beatificazione all'interno della Diocesi di Agrigento del giovane giudice assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990, a evidenziare il valore del sacrificio del magistrato. Secondo il parroco, "Livatino affronta il sacrificio supremo nella piena consapevolezza" perché erano già "chiare le indiscrezioni che circolavano nell'estate del 1990. Pochi giorni prima del delitto per un controllo ad Agrigento i suoi assassini furono fermati e rilasciati perché non c'era nulla a carico. Lo braccavano. E lui sapeva. Nella sua agenda non ci sono indicazioni per i giorni successivi". E da postulatore del processo di beatificazione, don Livatino ha esaltato soprattutto due episodi: "L'ultima frase, prima del colpo di grazia, guardando in faccia gli assassini che lo avevano inseguito: 'Piccio', che cosa vi ho fatto?'. Li richiama. Aziona l'arma del dialogo. Lascia un quesito che germoglia e lentamente porterà chi spara a pentirsi", racconta il parroco, che aggiunge: e poi, "nel corso di un regolamento di conti, un boss mafioso viene colpito a morte. A un ufficiale dei carabinieri tutto soddisfatto e gongolante accanto a quel corpo senza vita, Livatino dice: 'Di fronte alla morte chi ha fede, prega; chi non ce l'ha, tace!'". Per il religioso, Livatino è stato un giudice "giusto" in quanto "alla legge bisogna dare necessariamente un'anima, sosteneva. Spiegando che l'obiettivo della giustizia è redimere chi sbaglia e reinserirlo nella società civile".

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